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Resiliente il progetto o il Project Manager?

Tutto dedicato alla resilienza (tema quanto mai attuale) nella gestione dei progetti, il convegno annuale di IPMA Italy, che si terrà il 17 febbraio 2017 dalle ore 09:00 alle ore 17:00 presso il Politecnico di Milano, Campus Bovisa. Ma la resilienza risiede nel progetto o nel Project Manager? Io ho qualche ipotesi … ma sento che venerdì avrò risposte certe 🙂

Hong Kong (photo: Deon Glaser)

Hong Kong (photo: Deon Glaser)

La resilienza nella gestione dei progetti può essere un fattore rilevante e critico per il successo di un progetto. La crescente complessità dei contesti in cui si sviluppano i progetti determina un impatto molto significativo sui progetti stessi e sul modo di gestirli: incertezze, turbolenze, eventi imprevisti, interessi contrapposti e molto altro ancora rappresentano da sempre una sfida per il Project Manager, ma oggi tale sfida sta diventando ancora più grande. E non sempre gli strumenti tradizionalmente a disposizione del Project Manager e del project team sono sufficienti. Riuscire ad accrescere la resilienza degli individui, delle organizzazioni e dei progetti potrebbe essere dunque un fattore determinante.

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The Øresund Bridge (photo: PM for the masses)

Queste le principali domande alle quali l’evento cercherà di dare una risposta:

• Si nasce resilienti o questa attitudine è allenabile? E come?
• Essere un Project Manager resiliente aiuta nella gestione del business?
• Quali sono i tratti distintivi delle organizzazioni resilienti, se esistono?
• Un’organizzazione efficiente è anche resiliente? La resilienza è una qualità solo individuale o si può parlare di processi di gestione e/o strutture organizzative resilienti?
• La resilienza è misurabile? Esistono KPI (Key Performance Indicator) che danno la misura della resilienza di un progetto o di un project team?
• Cosa deve fare un project manager affinché il suo team sia più resiliente o acquisisca maggiore resilienza?
• Quanto la resilienza organizzativa può contribuire nella gestione del rischio?

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Gli esperti che porteranno il proprio contributo, anche attraverso l’esperienza maturata nella gestione di progetti complessi sono:

  • Paolo Trucco, Professore ordinario, Politecnico di Milano
  • Marco Rettighieri, Direttore generale, Pessina Costruzioni
  • Adrien Desboudard, HR leader Turbomachinery Solutions, GE Oil & Gas
  • Davide Iannucci, General Manager Operations Turbomachinery Solutions, GE Oil & Gas
  • Antonio Fioretti, Director of Projects, Ansaldo Energia
  • Franca Cantoni, Professore associato, Università Cattolica del Sacro Cuore
  • Pietro Trabucchi, psicologo, Professore incaricato Università di Verona
  • Stefano Susani, Amministratore delegato, Net Engineering International Group
  • Massimo Martinati, Presidente, Eureka Service

Programma
Relatori
Quando: venerdì 17 febbraio 2017, ore 09:00-17:00.
Dove: Politecnico di Milano, Campus Bovisa – Edificio B12, Aule L.12 – L.13 in Via La Masa, 34.
Iscrizioni: qui sul sito ANIMP – IPMA Italy

2017_02_15-01-ipma-italyIPMA Italy vuole essere il punto di riferimento per aziende, pubblica amministrazione, organizzazioni  no-profit e non-governative, per tutti gli aspetti relativi alla gestione di progetti ed allo sviluppo  dell’efficienza. Solo un corretto e professionale Project Management può consentire di affrontare con successo le relative sfide, migliorando la capacità di qualunque organizzazione di realizzare le  proprie strategie. IPMA Italy si propone di promuovere lo sviluppo e la standardizzazione di un moderno Project Management in tutti i settori interessati allo sviluppo di progetti, seguendo la metodologia IPMA, applicata in ambito nazionale e internazionale.

2017_02_15-02-ipmaIl Sistema di Certificazione di IPMA Italy, accreditato dall’International Project Management Association, consente di certificare in Italia i Project Manager secondo la metodologia e le procedure fissate da IPMA (International Project Management Association). La Certificazione risponde all’esigenza di dare ai Project Manager Italiani, tramite un processo rigoroso di valutazione delle competenze individuali, un riconoscimento della loro professionalità che abbia validità internazionale. La qualifica è conforme alla norma ISO/IEC 17024.

Resilienza = 1. Capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. 2. In psicologia, la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. 3. In ecologia, la velocità con cui una comunità biotica è in grado di ripristinare la sua stabilità se sottoposta a perturbazioni.

Urban complexity. The case of Bolzano, South Tyrol, Italy.

Introduction

Bolzano, capital of South Tyrol in northern Italy, has around 106,000 inhabitants. During the gradual decline of the Romans’ influence in the 7th century, Bavarian immigration took place and so the German populations have been present in this region since that time. Until the 1st World War, South Tyrol was part of the Austrian-Hungaric Empire, with around 29,000 German inhabitants and 1,300 Italian.

After the war, this region became Italian, and the fascist regime built new factories promoting the settlement of a lot of Italian families from other regions. Therefore, there is a clear difference between the XIII° century German nucleus and the development of the ’20s-’30s. Today, the language groups are 74% Italian, while 26% German.

Over the decades the centre has maintained its character, with shops, offices, restaurants. In the new districts, born as residential, communities have emerged, with local markets, traditional celebrations and neighbourhood shops.

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Cohesion

There is a great cohesion between the historical German town center and the Italian surrounding area and this cohesion may be found within two huge urban projects currently under development: the new technology park, on a former aluminium plant, hosting a network of research centres, institutions and companies; the Kaufhaus project, revitalizing a large part of the centre with new shopping malls, offices, residences, and a green park.

Compatibility

In the 12th century the Bishop of Trento, at the time political and religious authority of Bolzano, erected under the arcades (“Lauben”) of Bolzano a market hall as a center of growing trade between the north and south. The goods were stowed behind the arcades on the ground floor, while the dwellings were located in the clerestory courtyard. This structure has remained intact until today, even if global brands have taken the place of the traditional local shops.

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Competitiveness

Bolzano clearly reflects the exchange between different cultures. Giotto’s school paintings and Gothic school works coexist, while in architecture you may notice the unique contrast between the historic city and the new one. Bolzano has artistic and cultural treasures: churches, monuments, streets and historic squares, museums and castles. Thus, the city has a strong tourist connotation that leads her to compete with other cities and the natural beauty of the region.

Complementarity

The functions in the old centre and in the new districts are very different: public offices in the centre, while new districts are mainly residential, with neighbourhood shops, schools, and parks. The two parts are narrowly connected; each day a swarm of people commutes by bike in the same direction. Over the years, four different mobility systems have overlaid: pedestrian (the old centre), a massively used cycle network, public transportations, and cars.

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Conclusions

The evolution of Bolzano is for me an example of nonlinear development, explaining a radical and sudden change due to historical reasons. It is also possible to recognize in its evolution the four connectors, which rule its internal and external relationships, i.e. cohesion, compatibility, competitiveness, and complementarity (the four concepts of urban complexity developed by prof. dr. Gert de Roo).

Key-concepts: complexity, self-organisation, evolutionary dynamics, non-linearity.

2016_10_28-04-futurelearnThis post is an assignment of the “Decisions Making in a Complex and Uncertain World” course of the University of Groningen, provided on-line by FutureLearn.

Si salva chi cambia.

Fuori dal tunnel solo chi fa innovazione.

Innovazione: è questa la chiave per crescere, superare la crisi e riuscire a competere in un mercato che richiede prestazioni sempre più elevate. Ne sono convinti i Giovani imprenditori edili dell’ANCE, che hanno ragionato su questo tema nel corso del loro XVI Convegno nazionale, “Oggi è già domani”, che si è svolto l’8 maggio 2015 alla Triennale di Milano.

A supportare le tesi dei Giovani i risultati di una ricerca realizzata per l’occasione dal Centro Studi dell’ANCE sulle trasformazioni che la crisi ha imposto all’organizzazione dell’attività d’impresa e sui nuovi modelli di sviluppo. Un’indagine che mostra come le aziende che sono riuscite a ottenere risultati positivi, negli anni più duri per il settore e per l’economia del Paese, hanno tutte cambiato qualcosa: chi l’organizzazione aziendale, chi il mercato di riferimento, chi la filiera del prodotto. La flessibilità e la capacità organizzativa si sono dimostrate le leve per vincere sul mercato.

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La crisi economica iniziata nel 2008 è tra le più profonde e prolungate della storia del Paese e non è ancora possibile fare un bilancio completo degli effetti della crisi sul sistema produttivo italiano. Nelle costruzioni 68.000 (!) imprese sono uscite dal mercato nel periodo 2008-2013 (-24,5%), mentre molte hanno nel frattempo avviato dei processi di innovazione. In particolare, nel periodo 2010-2012, il 37% delle imprese con più di 10 addetti (circa 9.000 imprese) ha sviluppato innovazioni di prodotto o processo o di organizzazione o di marketing. Le forme di innovazione sono: di diverso tipo per il 41% delle imprese, di processo per il 35%, infine di prodotto per il restante 24%.

Le imprese intervistate tramite un questionario da KPMG per conto di ANCE hanno fortemente specializzato l’attività produttiva per il 43% delle imprese o diversificato le aree di business (43%), per il restante 14% hanno cambiato completamente il business, in particolare allontanandosi dai settori delle opere pubbliche e del residenziale, spostandosi verso riqualificazione e restauro, facility management, efficienza energetica e nicchie del mercato non residenziale.

Mentre i punti di debolezza si sono rivelati la difficoltà nell’intercettare una domanda che cambia, il localismo e la limitata dimensione d’impresa, le imprese intervistate hanno dichiarato quali punti di forza flessibilità e capacità organizzativa, qualità delle risorse umane e immagine sul mercato. In particolare, in quest’ultimo ambito il 95% delle imprese ha conseguito certificazioni di qualità ambientale, sicurezza, responsabilità sociale, ecc.

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La carica dei 5000 cantieri

Mentre i giovani di ANCE riflettevano sul tasso di innovazione delle proprie imprese, pochi giorni prima (29.04.2015) i “senior” dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili rilanciavano l’ennesimo piano di opere per far ripartire l’Italia. Un Piano di opere utili in grado di produrre in tempi brevi 165mila posti di lavoro, favorire un giro d’affari per 32 miliardi e destinate a migliorare la sicurezza e la qualità della vita dei cittadini, visto che riguardano per la gran parte la manutenzione di scuole e strade, il dissesto idrogeologico e la riqualificazione di città e periferie. Il 75% delle opere segnalate è a un livello di progettazione avanzata, che ne garantisce una rapida cantierabilità.  Quali opere? Interventi per

  • la sicurezza delle scuole (20%)
  • migliorare la qualità della vita nelle città (16%)
  • contrastare il rischio idrogeologico (13%)
  • la manutenzione delle strade (13%)

Queste le priorità, in termini di risorse programmabili subito: rischio idrogeologico (5 miliardi), edilizia scolastica (6 miliardi), riqualificazione urbana/periferie (5 miliardi), housing sociale/disagio abitativo (3 miliardi). Insomma, scuole, territorio ed efficienza energetica. Speriamo bene …

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Perdere la sabbia.

Cosa vuol dire “approccio sistemico”? Un approccio sistemico si basa su una visione complessiva ed integrata della realtà. E’ evidente che un processo decisionale su cruciali questioni ambientali, sociali ed economiche per lo sviluppo di un territorio debba basarsi su un approccio di questo tipo. Un caso esemplare lo racconta Edoardo Vigna su Sette del Corriere della Sera del 20.03.2015 (Sabbie troppo mobili) che riporto integralmente di seguito.

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Narendra Modi

Il piano di sviluppo abitativo annunciato dal primo ministro Narendra Modi – 590 milioni di indiani (quasi la metà) urbanizzati entro il 2030 – comporta un boom edilizio che richiede sabbia in quantità. Ne derivano il degrado sistematico dell’ambiente (alveo dei fiumi, estrazione di rocce da frantumare) e il crimine più o meno organizzato (Sand Mafia) che si alimenta con la sabbia rubata di frodo, in assenza di una vera e propria regolamentazione nazionale. Per risolvere un macro problema (sociale – la casa, se volete anche economico – la ripresa delle costruzioni) se ne creano immediatamente altri ancora più macro e difficilmente riparabili (ambientale – lo sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali, sociale – l’illegalità e pure economico – uno sviluppo disorto del mercato). Ancora una volta, basterebbe partire dal principio che la Terra (o la terra, intesa come territorio, ambiente, natura) non è nostra e come tale andrebbe considerata.

2015_03_25-02 Sand Mafia

Il boom edilizio richiede montagne di sabbia, l’estrazione rovina i fiumi e scatena il crimine

Ogni mattina, Pralath Matre si tuffa in uno dei fiumi che circondano la megalopoli Mumbai. Entra nell’acqua torbida, ci racconta Baba Umar di Al Jazeera, anche 300 volte al giorno, e ne riemerge con un secchio di sabbia. Si è anche ammalato per l’inquinamento — dermatiti, infiammazioni agli occhi, al naso, alle orecchie — per 800 rupie, 11,60 euro, al giorno. «Dieci anni fa, gli scarichi industriali hanno ucciso il pesce, e i pescatori si sono trasformati in cacciatori di sabbia. Ma ora, anche questa sta diminuendo rapidamente», ha detto, preoccupato.

Moltissimi sono gli indiani impiegati, nei corsi d’acqua di tutto il subcontinente, nella raccolta della sabbia. Ingrediente indispensabile alla febbre da costruzioni che ha colpito l’India. Alimentata anche dal primo ministro Narendra Modi, che ha annunciato un piano per sviluppare, nei prossimi anni, «100 Smart Cities, pari alla creazione di una “nuova Chicago” ogni 12 mesi». Se il piano funziona, 590 milioni di indiani (la metà dell’attuale popolazione) entro il 2030 sarà urbanizzata. Sempre che ci sia sabbia abbastanza per dare loro asilo in un palazzo di città. A sollevare i dubbi è P. R. Swarup, direttore generale del Construction Industry Development Coincil. Alla velocità attuale con cui vengono su gli edifici, la risposta sembra una sola: «Serve un naturale sostituto della sabbia naturale». Per esempio, quella creata artificialmente con lo sbriciolamento delle rocce.

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Taj Mahal in Agra on the banks of Yamuna

La realtà è tutta diversa. E più preoccupante. Perché, come sempre, a grandi interessi corrisponde subito grande illegalità. Se l’India consuma 500 milioni di tonnellate di sabbia estratta legalmente, infatti, ambientalisti e ricercatori sospettano una cifra pari a diversi multipli per quella rubata di frodo. Anche perché non esiste una vera e propria regolamentazione. Così, varie organizzazioni ecologiste hanno cominciato a combattere perché questa venisse adottata, nonostante le minacce subite dalle organizzazioni criminali — la Sand Mafia — che traggono ricchezza dalla deregulation.

L’effetto immediato della “corsa alla sabbia” è il depauperamento dei fiumi e lo squilibrio geologico: il corso dello Yamuna, importante affluente del Gange, e del fiume Sutlej, nel Punjab, sono stati già pesantemente alterati, così come sono stati saccheggiati anche il Gange stesso e il Narmada. La soluzione potrebbero essere le “M-sand” (m sta per manufactured), ricavate dalle rocce, anche se c’è chi ancora esprime perplessità sulla loro tenuta nelle costruzioni sul lungo periodo. E poi c’è la soluzione “riciclo” di cemento inutilizzato. Resta il fatto che, intanto, Sand Mafie e costruttori legali sono idrovore senza fondo. E una “casa per tutti” rischia di essere un progetto costruito su sabbie troppo mobili.

[Edoardo Vigna, Corriere della Sera – Sette 20.03.2015]

Gli auguri di Alesina e Giavazzi.

Ho pensato che questo articolo di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sul Corriere del 29.12.2014 – Le amnesie e le illusioni di fine anno – che qui riporto integralmente, potesse essere il necessario modo per iniziare questo nuovo anno italiano. E’ una specie di “ultima chiamata” che non possiamo ignorare, piena di lucide e amare riflessioni, dove forse le soluzioni sembrano più alla portata di mano di quanto possa sembrare. In bocca al lupo 😉

Senza un più profondo rinnovamento dell’economia i nostri figli saranno più poveri di noi, però vi sono delle politiche che ci possono aiutare a uscire dalla crisi. L’economia italiana continua ad arretrare. Non solo il Prodotto interno lordo scende da 13 trimestri (durante i quali abbiamo perso 600 mila posti di lavoro), ma è ormai dalla metà degli anni Novanta che cresciamo meno della già bassa media europea. Quasi un punto all’anno di minor crescita rispetto ai Paesi dell’euro. In un ventennio abbiamo perso rispetto alla Germania 14 punti di Pil. Oggi il rischio maggiore è assuefarci alla recessione. Parliamoci chiaro. Non esistono scorciatoie né ricette magiche per ricominciare a crescere. Vi sono delle politiche (nostre ed europee) che ci possono aiutare a uscire dalla crisi, ma senza un più profondo rinnovamento dell’economia i nostri figli saranno più poveri di noi.

Gli obiettivi: il primo è porre fine alla recessione

Cominciamo dal primo punto: porre fine alla recessione. La riforma del mercato del lavoro servirà a convincere le imprese ad assumere giovani con contratti a tempo indeterminato. Ma non basta. Ci vuole anche più domanda che va spostata dal settore pubblico a quello privato. Meno tasse, più consumi e investimenti privati, meno spesa pubblica. Soprattutto meno tasse sul lavoro che riducano i costi delle imprese. Dei circa 30 miliardi di maggiori tasse sul lavoro che gravano sulle imprese italiane rispetto a quelle tedesche, la legge di Stabilità ne taglia 5 il prossimo anno e promette di tagliarne altri 20 nei due successivi. Il segno è giusto (ed è la prima volta), ma la misura e i tempi non sono adeguati a un’economia che ha urgente bisogno di riprendersi. I tagli alla spesa pubblica assommano a circa 8 miliardi. Ma di questi solo 200 milioni recano «un nome e un cognome»: il resto sono riduzioni lineari a ministeri e tagli dei trasferimenti a Regioni, Province e Comuni che saranno molto probabilmente compensati da maggiori imposte locali. I sussidi alle imprese vengono ridotti di 87 milioni, su un totale di alcuni miliardi. Un granello di sabbia nel deserto.

Il piano Juncker

C’è chi si illude (e purtroppo sono in tanti) che la crescita verrà grazie agli investimenti pubblici promessi dall’Europa con il piano Juncker, un progetto aleatorio e dalla tempistica incerta. Alcuni investimenti, come portare collegamenti Internet veloci a tutti i cittadini, certamente aiutano: al Nord una famiglia su tre non ha ancora accesso a Internet, una su due al Centro-Sud. E la velocità media di navigazione è di 5 megabit per secondo in Italia contro gli 8 in Germania e i 12 in Olanda. Ma la maggior parte degli investimenti pubblici ha benefici dubbi. Per esempio: davvero, dopo quanto accaduto con il Mose di Venezia, pensiamo che ci convenga contribuire con 2 miliardi di denaro pubblico alla nuova autostrada Orte-Mestre, come prevede il decreto sblocca Italia? Sarebbe una gravissima illusione pensare che imprese faraoniche come l’Olimpiade o l’Expo possano imprimere la svolta necessaria alla nostra economia. Con investimenti come questi si continuano a premiare quegli imprenditori che vivono non di idee e di innovazione, ma di contatti con i ministeri e di partecipazione alla corruzione. Non a caso sono questi imprenditori a invocare più opere pubbliche. Ed è proprio qui il nesso con la crescita nel lungo periodo, al di là dell’attuale recessione. Un Paese avanzato come il nostro cresce grazie all’innovazione, alle idee, alla ricerca, all’introduzione di nuovi prodotti, che non significano solo alta tecnologia ma si possono sposare con tratti tipicamente italiani, dal turismo al design all’agricoltura di nicchia, per fare alcuni esempi.

Attesa per la legge sulla concorrenza

Una delle maggiori delusioni dei primi mesi del governo Renzi è la decisione di rimandare al prossimo anno la legge sulla concorrenza, una legge che dovrebbe essere varata ogni anno (e che per la verità nessun governo ha mai varato. «Entro sessanta giorni dalla data di trasmissione della relazione annuale dell’Antitrust, il governo presenta alle Camere il disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza», art. 47 della Legge 23 luglio 2009, n. 99). Affinché nuove idee si trasformino in nuove imprese è necessario ribaltare l’assetto normativo. È impossibile scrivere leggi e regolamenti per imprese e prodotti che ancora non esistono ma vorrebbero nascere. Se le si sottopongono a regole costruite per settori che già esistono si rischia di farle abortire prima che si concretizzino. In California, la «culla dell’innovazione», esiste il «diritto a innovare»: un’impresa può sviluppare un nuovo prodotto e mentre lo sviluppa le autorità disegnano con l’impresa regole adatte a quel nuovo prodotto, nell’interesse della concorrenza e dei consumatori. Questo dovrebbe essere il primo articolo della nuova Legge sulla concorrenza. Abbiamo bisogno di imprese che, anche se nate piccole, poi crescano senza essere legate da norme disegnate per proteggere le aziende che già dominano il mercato e frequentano i corridoi dei ministeri per farsi aiutare appunto a sconfiggere gli innovatori.

Sono le grandi imprese private quelle che fanno crescere i Paesi avanzati

Il nanismo delle nostre imprese è un altro problema serio. I ragazzi di Apple hanno cominciato in un garage, ma non ci sono certo rimasti, altro che «piccolo è bello»! Sono le grandi imprese private, produttive, innovative, rivolte al mercato globale, che non vivono di contatti con la politica, quelle che fanno crescere i Paesi avanzati. Noi ne abbiamo troppo poche. Abbiamo invece troppe imprese familiari, disposte a rimanere relativamente piccole pur di restare in famiglia. Il governo deve agevolare i processi di crescita in nome dell’apertura e di una parola colpevolmente dimenticata: liberalizzazioni. Solo aprendosi alla concorrenza, accettando la sfida dei mercati mondiali si cresce. Vale per le aziende come per il Paese. [Alberto Alesina e Francesco Giavazzi © Corriere della Sera, 29.12.2014]

Alberto AlesinaAlberto Alesina. Professore all’Università Harvard. Dopo aver ottenuto il diploma al liceo classico Giovanni Berchet di Milano, frequenta Discipline Economiche e Sociali all’università Bocconi di Milano nel 1976  laureandosi nel 1981. Nel 1986 consegue il PhD in economics presso l’università di Harvard. È considerato uno dei maggiori esperti di politica economica. Al 2012 risulta uno tra gli Economisti italiani con maggiore indice di pubblicazioni H-index.

Francesco Giavazzi

Francesco Giavazzi. Laureato in ingegneria elettronica al Politecnico di Milano nel 1972, ha conseguito il dottorato in economia presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT) nel 1978. Già professore all’Università di Padova e all’Università Ca’ Foscari di Venezia, attualmente insegna politica economica all’Università Bocconi di Milano, della quale è stato pro-rettore alla ricerca fra il 2000 ed il 2002; inoltre è un regolare visiting professor all’MIT.

E io pago …

Sapevate che presso il Ministero delle Infrastrutture esiste una “anagrafe delle opere incompiute”? Ebbene sì, e ammontano a circa 600 (seicento). Dalla rete idrica Basento-Bradano (Basilicata) alla Città dello Sport a Tor Vergata (Roma) a … Lo racconta Sergio Rizzo, nell’articolo sul viaggio che ha compiuto per “Io Donna” del Corriere della Sera del 24.10.2014, che riporto integralmente di seguito. Buona (sigh) lettura 😦

Le opere pubbliche incompiute e lo spreco (di soldi pubblici). Sono almeno 600 i cantieri-sanguisuga rimasti aperti (inutilmente) per decenni. Il danno per lo Stato è di 4 miliardi di euro. Ma i guasti per l’ambiente sono ancor più gravi.

Potrebbe sembrare una considerazione banale. Ma se la costruzione di una strada, un ponte, uno stadio o una diga non finisce mai, la prima cosa che viene da pensare è che quella strada, quel ponte, quello stadio e quella diga non servano. Oppure non servano più. Niente meglio della storia che segue rende chiaro come tale banalità possa purtroppo trasformarsi in realtà. Correva l’anno 1976. Steve Jobs e Steve Wozniac fondavano la Apple Computers: tre mesi prima dagli stabilimenti Ibm era uscita la prima stampante laser. La Cassazione condannava al rogo per oscenità il capolavoro di Bernardo Bertolucci Ultimo tango a Parigi. Un devastante terremoto colpiva il Friuli-Venezia Giulia, provocando 989 morti. Il Torino vinceva il campionato di calcio di serie A e l’Italia di tennis guidata da Adriano Panatta si aggiudicava per la prima volta la Coppa Davis battendo a Santiago, fra polemiche feroci, il Cile del dittatore Augusto Pinochet.
Mentre un rampante imprenditore edile milanese di nome Silvio Berlusconi si apprestava a festeggiare il suo quarantesimo compleanno, a Roma nasceva Francesco Totti. E sulle note della canzone Ancora tu di Lucio Battisti, il singolo più venduto in Italia quell’anno, partiva in Basilicata la realizzazione del grande schema idrico Basento Bradano, che avrebbe dovuto irrigare decine di migliaia di ettari portando sviluppo e ricchezza in un’immensa area agricola.

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Il ponte ferroviario che scavalca il Bradano (Matera) Foto © Corriere della Sera

L’OPERA SARA’ COMPLETATA 41 ANNI DOPO LA POSA DELLA PRIMA PIETRA
Obiettivo: trasformare con l’acqua quelle terre baciate dal sole nel più grande orto d’Europa. Il progetto finanziato dalla Cassa del Mezzogiorno prevedeva due dighe collegate fra loro da alcune grandi condotte, oltre a una rete di distribuzione. Ben tre i ministri che in quell’interminabile 1976, con le prime elezioni politiche con il voto ai diciottenni e un governo Moro che vivacchiò per appena cinque mesi, si alternarono al timone dell’Intervento Straordinario nel Sud: Francesco Compagna, Giulio Andreotti e l’astro nascente della Dc, Ciriaco De Mita da Nusco, Avellino. Ma in quell’Italia dove già la politica si stava facendo famelica, e le grandi opere pubbliche cominciavano ad arenarsi nelle sabbie mobili di una burocrazia inefficiente e corrotta, la sete delle campagne lucane passò ben presto in secondo piano.
Denari che arrivavano a intermittenza, cantieri che aprivano e chiudevano, vertenze sindacali, battibecchi continui fra l’Ente irrigazione incaricato di gestire i lavori e la Regione, nel frattempo sempre più potente. Passano trent’anni e si scopre che se le dighe sono state fatte, mancano sempre i tubi. E che per farli ci sono appena 17 milioni, un ventesimo di quello che sarebbe necessario. Dietro le pressioni che arrivano dai politici lucani il Cipe nel 2006 stanzia 85 milioni. Ma per far ripartire quella macchina infernale, fra Regione Basilicata, Ente irrigazione e i vari commissari straordinari, ci vorranno ancora sette anni. Soltanto cinque se ne vanno per stipulare un mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti, che deve mettere il denaro mancante. Altri due evaporano con le procedure della gara d’appalto. L’ex sottosegretario alle Infrastrutture Rocco Girlanda, che nell’autunno del 2013 si incarica di comunicare che i lavori stanno finalmente per ripartire, annuncia contestualmente che l’opera pubblica sarà completata presumibilmente entro il 2017. Quarantuno anni dopo la posa della prima pietra. Complimenti.

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Il nuovo Palazzo del cinema (Venezia) Foto © Corriere della Sera

LE “GRANDI OPERE INCOMPIUTE” SONO ALMENO SEICENTO
Ma quello che Girlanda non ha potuto dire è che quel mastodontico schema idrico non servirà più. O meglio, non servirà per quello che doveva essere la sua iniziale funzione. L’immenso orto che l’acqua del Basento-Bradano doveva irrigare, infatti, non esiste. Siccome l’acqua non arrivava, da decenni le terre baciate dal sole sono coltivate a grano: che com’è noto non necessita di irrigazione.
E il fatto è che questa vicenda all’apparenza incredibile non è affatto unica. Lo dicono i dati del ministero delle Infrastrutture che si è finalmente deciso a creare una specie di “anagrafe delle incompiute”. Sapete quante sono? Circa seicento, e gli esperti assicurano che l’elenco è incompleto. Un esempio: chi ci ha ficcato il naso dice che manca la Città dello Sport di Roma, dove nel 2009 si sarebbero dovuto svolgere i Mondiali di nuoto, che invece causa opera incompiuta(400 milioni spesi inutilmente) hanno traslocato al Foro italico. E sappiamo poi come sono andate le cose, con le inchieste della magistratura e tutto il resto.

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La “Città dello Sport” a Torvergata (Roma) Foto © Corriere della Sera

A CHE SERVIVA UNO STADIO DEL POLO PER 22.000 SPETTATORI?
Un quarto del totale è in Sicilia, con casi che sono diventati ormai letteratura, come la dozzina di opere mai finite che assediano Giarre, in Provincia di Catania. Prova provata che quella considerazione banale fatta all’inizio è spesso la sola spiegazione per il colossale spreco di denaro pubblico. Qualcuno sa dire a che cosa serviva un campo da polo (avete letto bene: polo, quello che si gioca con i cavalli) che sarebbe stato capace di ospitare 22 mila spettatori, sempre naturalmente che le tribune non avessero avuto un’inclinazione tale da rendere impossibile la fruizione da parte del pubblico, in una città di 28 mila abitanti?
E una piscina olimpionica, anche quella mai finita, lunga 49 metri? A un certo punto si era pensato di utilizzare quegli obbrobri facendone una specie di parco a tema sulle opere incompiute. Proposta che era stata appoggiata anche dal quotidiano inglese Independent. Qualcuno interpretò la cosa come il classico sfottò britannico agli italiani incapaci e scialacquoni. Una burla e niente più. La faccenda delle opere incompiute, invece, è terribilmente seria.
E non soltanto per lo spreco immane di denaro pubblico: 4,1 miliardi, è stato calcolato. Ma anche per lo sfregio e il degrado del territorio. Ragion per cui sarebbe necessario un piano di risanamento ben più radicale di quello che vorrebbe fare il governo Renzi con il decreto cosiddetto Sblocca-Italia. è proprio impossibile pensare che i prossimi fondi europei siano vincolati per prima cosa al completamento delle opere mai terminate? Non di tutte, ovviamente: di quelle che sono davvero ancora utili. Per le altre, meglio pensare a interventi di bonifica che restituiscano dignità al paesaggio. Se poi qualcuno riesce addirittura a portarci i turisti, auguri…

[Sergio Rizzo © Io Donna | Corriere della Sera, 24.10.2014]

 

La terra delle Cassandre.

L’ingegnere che voleva salvare Messina.

Quella che segue è l’ennesima storia di un’Italia con la quale non vogliamo più avere a che fare; quella che costruisce sulle frane, ad esempio.

L’articolo, che riporto integralmente di seguito, è di Gian Antonio Stella, dal Corriere del 20.10.2014. Non l’avevo letto, ma il mio solerte papà me lo ha spedito per posta tutto ben sottolineato in rosso (con l’aiuto del righello). Lui fa spesso così, quando c’è un articolo che sa che può interessare anche a me, lo sottolinea, lo ritaglia, lo mette in una busta e me lo spedisce, con l’indirizzo scritto a penna a sfera con una grafia elegante (e inclinata verso destra). A me  questa cosa piace molto, e ogni tanto ricambio anch’io spedendogli gli articoli su fatti dell’Alto Adige oppure estratti da ciò che scrivo sul blog (non ha il PC, non ha internet, non ha le email …).

In questo caso mio padre sa bene di cosa si parla, dato che è stato per tanti anni ingegnere capo del Genio Civile, quando il Genio Civile aveva tra le varie funzioni quella di ufficio preposto alle opere di difesa ambientale ed idraulica del territorio. Poi l’istituto è stato via via svuotato di competenze e di fondi, e forse anche per questo vediamo lo stato di dissesto ambientale che è stato creato. Come mi fa giustamente osservare, questa storia ricorda molto quella di un altro ingegnere, del Genio Civile di Belluno (l’ing. Beghelli), che … passando per la strada che portava in località Pineda, nei pressi della diga del Vajont, riportava un resoconto preciso di quanto stava accadendo – La sede stradale era completamente sconvolta, fessurata in più punti, talvolta traslata rispetto alla sua sede originale, con avvallamenti tali da compromettere il transito, al punto che “……..sembrava di andare su di un campo”.

Sembra davvero che non vogliamo imparare ciò che la storia di questo Paese continua immutabilmente ad insegnarci. Ecco di seguito l’articolo (compresa la versione .. sottolineata).

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L’ingegner Gaetano Sciacca porta iella? Gli schiavi della scaramanzia se ne vadano pure a comprar cornetti e amuleti. Ma un Paese serio dovrebbe ascoltare le urla d’allarme dell’uomo che a Messina ha fatto, dopo le frane assassine del 2009, ciò che non è stato fatto a Genova. E che denuncia i rischi incombenti su una città fragilissima la quale, a causa dell’assalto dei cementieri, è esposta a nuovi disastri alla prima botta di terremoto o al primo nubifragio. Un uomo che anche per questi allarmi è stato fatto fuori.

«Ci saranno sempre terremoti in California» dice l’elenco telefonico di Los Angeles. E spiega come tenersi pronti. Dopo di che ogni californiano può anche pregare sant’Emidio: la prevenzione, però, viene prima. A Messina, denuncia da tempo l’ingegnere Sciacca, il viadotto Ritiro su cui passa l’autostrada Messina-Palermo è in condizioni pessime: «Lo hanno costruito col cemento depotenziato e già due anni fa una commissione di esperti ha detto che rischiava di crollare. È ancora li. Solo un po’ alleggerito: auto e camion passano su una sola corsia. Se viene giù quel viadotto, si abbatterà su un’area dove vivono migliaia di persone. Se ne parlo porto “scutra”? Me ne infischio. Non parlarne: questo è criminale. Aspettiamo il disastro?».

Sono anni che Sciacca, ingegnere capo del Genio civile finché Crocetta l’ha spostato un mese fa tra gli «urrah!» dei palazzinari e lo sconcerto di gran parte della città, si sgola a spiegare che Messina è in pericolo. Nel maggio 2010 mostrò a Tito Cavaleri della Gazzetta del Sud una foto: «Lo vede questo cartello con scritto “rischio frane”? Bene, ecco cosa vorrebbero far sorgere». E spianò sul tavolo il progetto di un complesso mostruoso. Come mostruoso era un altro progetto bloccato: la trasformazione su un crinale a rischio di una villetta a due piani in un palazzo di otto piani più seminterrato e garage. E altro ancora…
Il nodo è questo: Sciacca ha sempre rifiutato di applicare meccanicamente una leggina regionale del 2003 firmata da Cuffaro che permette, un attimo dopo il deposito di un progetto, di iniziare a costruire prima ancora che il Genio civile possa aprir bocca. Caso mai, se violasse le norme di sicurezza antisismica e idrogeologica, dice la leggina, l’edificio può essere abbattuto. Ma dai! Ci vogliono decenni, da noi, per buttar giù un fabbricato. E come fai a rimediare a uno sbancamento che magari ha compromesso un’area già franosa? Infatti la Cassazione ha chiarito: leggi simili non valgono nelle aree a rischio.

E cos’è più a rischio di Messina, colpita nel 1908 dal più disastroso dei terremoti italiani e successivamente da decine di frane, dovute alla presenza in città di ben 52 fiumare per la metà intubate e a una cementificazione che lo stesso giornale locale definisce «criminale»? Dice il rapporto Ispra 2008: «L’intensa urbanizzazione rende concreta la possibilità che una nuova calamità naturale possa essere ancora più disastrosa di quella di cento anni fa». Eppure han continuato a presentare progetti folli. Come quello di due centri commerciali e palazzine per oltre tremila abitanti nella valletta del torrente Trapani. Bloccato da Sciacca come decine di altre proposte da brivido in una cinquantina di aree a rischio. Fino a tirarsi addosso le ire di una miriade di ingegneri, costruttori e politici compatti nelle accuse: «Quel funzionario paralizza lo sviluppo di Messina!»

Bollato come un «Signor No», l’ex capo del Genio civile è intervenuto in realtà sulle aree di maggior pericolo come Scaletta Marina o Giampilieri, devastate dalle alluvioni con 37 morti del 2009, con rara efficienza. Ha scritto sulla Gazzetta Francesco Celi: «79 appalti completati, 24 in corso di realizzazione e vicini o quasi al traguardo» per un totale di 155 milioni «e c’è da andarne orgogliosi, perché per una volta alle nostre latitudini ha prevalso la politica del fare».

Non solo, spiega Sciacca: «I lavori sono stati fatti nei tempi giusti, tutte le imprese sono state pagate e non abbiamo avuto alcuna perizia di variante con aumenti dei costi pretestuosi. Anzi, le imprese hanno donato ai paesi opere supplementari». Allora, direte, cosa vogliono di più da un funzionario pubblico? Lasciamo rispondere a Celi: l’ex capo del Genio civile è accusato di «non aver coinvolto nella scelta dei professionisti cui affidare progettazioni e procedimenti Ordini professionali e segreterie politiche che non possono rinunciare a indicare professionisti…». Insomma, ha rotto il giocattolo degli amici e degli amici degli amici.

Non gli perdonano, soprattutto, di aver detto verità scomodissime. Che Messina non può continuare a costruire, ignorando i rischi sismici idrogeologici, palazzi di cemento armato ammucchiati «senza una via di fuga, né uno straccio di progettino che preveda un minimo di alternativa sostenibile». Che «costruiscono ville sul mare o in località a rischio e poi pretendono opere pubbliche a difesa dell’indifendibile». «Ho le imprese alle calcagna. Sono dietro la porta. Ingegnere, mi gridano, teniamo famiglia… Ma insomma, come diavolo posso autorizzare simili scempi? Non è bastato Giampilieri?». Parole prese malissimo dall’Ordine degli ingegneri, tirati in ballo con architetti e geometri per tanti progetti insensati: «Valuteremo provvedimenti disciplinari: ha screditato e offeso la nostra categoria» .

Fatto sta che l’ingegnere è stato «promosso» a un nuovo incarico nell’iperuranio e tolto di mezzo. Nonostante una lettera del Wwf e di Italia Nostra che lo benedicono per avere portato a termine «tutte le opere per la messa in sicurezza di Giampilieri» in modo «estremamente esemplare». Nonostante la difesa della Gazzetta : «Se questa città si fosse ritrovata un drappello di professionisti come Sciacca oggi sarebbe ben altra cosa». Nonostante un appello a lasciare l’ingegnere dove stava firmato da 23 associazioni ambientaliste e da vari sindaci, in testa quello messinese, Renato Accorinti: «Questo territorio saccheggiato nel tempo, che ha pagato con la vita di cittadini innocenti scelte spesso irresponsabili, non può permettersi…». Macché…

[Gian Antonio Stella © Corriere della Sera, 20.10.2014]