Archivi tag: resilience

Resiliente il progetto o il Project Manager?

Tutto dedicato alla resilienza (tema quanto mai attuale) nella gestione dei progetti, il convegno annuale di IPMA Italy, che si terrà il 17 febbraio 2017 dalle ore 09:00 alle ore 17:00 presso il Politecnico di Milano, Campus Bovisa. Ma la resilienza risiede nel progetto o nel Project Manager? Io ho qualche ipotesi … ma sento che venerdì avrò risposte certe 🙂

Hong Kong (photo: Deon Glaser)

Hong Kong (photo: Deon Glaser)

La resilienza nella gestione dei progetti può essere un fattore rilevante e critico per il successo di un progetto. La crescente complessità dei contesti in cui si sviluppano i progetti determina un impatto molto significativo sui progetti stessi e sul modo di gestirli: incertezze, turbolenze, eventi imprevisti, interessi contrapposti e molto altro ancora rappresentano da sempre una sfida per il Project Manager, ma oggi tale sfida sta diventando ancora più grande. E non sempre gli strumenti tradizionalmente a disposizione del Project Manager e del project team sono sufficienti. Riuscire ad accrescere la resilienza degli individui, delle organizzazioni e dei progetti potrebbe essere dunque un fattore determinante.

2017_02_15-04-oresund

The Øresund Bridge (photo: PM for the masses)

Queste le principali domande alle quali l’evento cercherà di dare una risposta:

• Si nasce resilienti o questa attitudine è allenabile? E come?
• Essere un Project Manager resiliente aiuta nella gestione del business?
• Quali sono i tratti distintivi delle organizzazioni resilienti, se esistono?
• Un’organizzazione efficiente è anche resiliente? La resilienza è una qualità solo individuale o si può parlare di processi di gestione e/o strutture organizzative resilienti?
• La resilienza è misurabile? Esistono KPI (Key Performance Indicator) che danno la misura della resilienza di un progetto o di un project team?
• Cosa deve fare un project manager affinché il suo team sia più resiliente o acquisisca maggiore resilienza?
• Quanto la resilienza organizzativa può contribuire nella gestione del rischio?

2017_02_15-04-dilbert

Gli esperti che porteranno il proprio contributo, anche attraverso l’esperienza maturata nella gestione di progetti complessi sono:

  • Paolo Trucco, Professore ordinario, Politecnico di Milano
  • Marco Rettighieri, Direttore generale, Pessina Costruzioni
  • Adrien Desboudard, HR leader Turbomachinery Solutions, GE Oil & Gas
  • Davide Iannucci, General Manager Operations Turbomachinery Solutions, GE Oil & Gas
  • Antonio Fioretti, Director of Projects, Ansaldo Energia
  • Franca Cantoni, Professore associato, Università Cattolica del Sacro Cuore
  • Pietro Trabucchi, psicologo, Professore incaricato Università di Verona
  • Stefano Susani, Amministratore delegato, Net Engineering International Group
  • Massimo Martinati, Presidente, Eureka Service

Programma
Relatori
Quando: venerdì 17 febbraio 2017, ore 09:00-17:00.
Dove: Politecnico di Milano, Campus Bovisa – Edificio B12, Aule L.12 – L.13 in Via La Masa, 34.
Iscrizioni: qui sul sito ANIMP – IPMA Italy

2017_02_15-01-ipma-italyIPMA Italy vuole essere il punto di riferimento per aziende, pubblica amministrazione, organizzazioni  no-profit e non-governative, per tutti gli aspetti relativi alla gestione di progetti ed allo sviluppo  dell’efficienza. Solo un corretto e professionale Project Management può consentire di affrontare con successo le relative sfide, migliorando la capacità di qualunque organizzazione di realizzare le  proprie strategie. IPMA Italy si propone di promuovere lo sviluppo e la standardizzazione di un moderno Project Management in tutti i settori interessati allo sviluppo di progetti, seguendo la metodologia IPMA, applicata in ambito nazionale e internazionale.

2017_02_15-02-ipmaIl Sistema di Certificazione di IPMA Italy, accreditato dall’International Project Management Association, consente di certificare in Italia i Project Manager secondo la metodologia e le procedure fissate da IPMA (International Project Management Association). La Certificazione risponde all’esigenza di dare ai Project Manager Italiani, tramite un processo rigoroso di valutazione delle competenze individuali, un riconoscimento della loro professionalità che abbia validità internazionale. La qualifica è conforme alla norma ISO/IEC 17024.

Resilienza = 1. Capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. 2. In psicologia, la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. 3. In ecologia, la velocità con cui una comunità biotica è in grado di ripristinare la sua stabilità se sottoposta a perturbazioni.

L’insostenibile mondo di NOOR.

2015_05_20-02 Fotografia europeaIn una quindicina di palazzi storici del centro di Reggio Emilia è iniziata il 15 maggio e durerà sino al 26 luglio la rassegna Fotografia Europea015, un vero e proprio festival che mette al centro dell’attenzione la fotografia come strumento privilegiato per riflettere sulle complessità della contemporaneità. Nelle sale dei Chiostri Benedettini di San Pietro (1524-1584) va in scena, tra gli altri anche A NOOR journal on the changing planet, 2009 – 2015, la rappresentazione del danno che la mano dell’uomo ha prodotto sulla Terra, una testimonianza straordinaria e completa, imperdibile per chi ama la fotografia e per chi ha a cuore il nostro pianeta.

????????????????????????????????????

Chiostri di San Pietro, Reggio Emilia

Dal 2009 i fotoreporter di fama internazionale rappresentati dall’agenzia NOOR documentano i disastrosi effetti dei cambiamenti climatici nel mondo denunciando le condizioni in cui vivono popolazioni intere colpite da carestie, malattie, conflitti, migrazioni forzate e perdita dei mezzi di sussistenza. Il progetto collettivo di ampio respiro sottolinea l’urgenza di intervenire su realtà cruciali e drammatiche.

Presentato per la prima volta a Copenaghen nel dicembre 2009, in occasione della Conferenza sul Clima delle Nazioni Unite con il titolo Consequences, il progetto continua da allora ad articolarsi in diversi capitoli grazie alla produzione di nuove serie. In parallelo, una seconda fase del progetto, Solutions, si è interessata a esperienze capaci di far fronte al cambiamento, dal ricorso a risorse alternative e a energie rinnovabili, alla ricerca di equilibrio tra innovazioni tecnologiche e scelte consapevoli di sostenibilità, per intervenire su realtà che sembrano troppo spesso imporsi come ineluttabili.

2015_05_20-03 Noor

La questione ecologica, che fino a qualche anno fa sembrava interessare solo un ristretto circolo di “visionari”, investe ormai il nostro quotidiano ed è determinante per l’avvenire e l’equilibrio planetario. Il liberalismo economico, basato sul consumismo, ha migliorato i tassi di produttività e di sviluppo ma ha soprattutto aumentato i profitti e le ineguaglianze a danno del rispetto fondamentale degli uomini e dell’ambiente.

2015_05_20-05 Noor

L’economia globale ha accelerato e amplificato i processi coinvolgendo nella corsa i paesi emergenti. Doppiamente penalizzati, i paesi del Sud non solo continuano a fornire mano d’opera e materie prime sottocosto, ma sono diventati anche nuovi mercati attraenti e facili “discariche” dove sbarazzarsi di produzione eccedente e di materie tossiche. Le conseguenze dello sviluppo selvaggio non sono solo economiche, politiche e sociali, ma hanno un impatto diretto sul clima, sulla terra, sull’acqua e sulle condizioni di vita e di salute di popolazioni intere. E come lo sviluppo, le conseguenze sono ormai globali.

2015_05_20-07 Noor

I fotografi di NOOR con un lavoro sistematico di ricerca e di inchiesta realizzato in vari continenti, tracciano un état de lieux delle problematiche attuali e delle risposte tese a risolvere problemi specifici e a suggerire soluzioni più generali, messe in opera in diverse regioni del pianeta. Per una visione globale del presente e delle forme di resistenza possibili [Laura Serani, dal catalogo della mostra].

????????????????????????????????????

NOOR sono

  • Nina Berman (USA, 1960) – I suoi progetti a lungo termine si sono incentrati prioritariamente sul panorama sociale e politico degli stati Uniti. Vive a New York.
  • Pep Bonet (Spagna, 1974) – Video maker e fotografo. Il suo lavoro su temi sociali ha prodotto tantissimi libri di fotografia e mostre in tutto il mondo. Vive a Maiorca.
  • Andrea Bruce (USA, 1973) – Attraverso la fotografia documentaria focalizza la sua attenzione su popolazioni che vivono le conseguenze della guerra. Vive a Città del Messico.
  • Alixandra Fazzina (Gran Bretagna, 1974) – Si focalizza sulla denuncia dei conflitti e sulle conseguenze umanitarie della guerra. Vive a Londra.
  • Stanley Greene (USA, 1949) – Il suo ambito di lavoro più conosciuto è costituito dai suoi servizi sulla guerra in Cecenia. Vive a Beirut.
  • Yuri Kozyrev (Russia, 1963) – Ha indagato i maggiori conflitti dell’ex Unione Sovietica. Ha vissuto a Baghdad, in Iraq, dal 2003 al 2009. Vive a Mosca.
  • Bénédicte Kurzen (Francia, 1980) – Focalizza la sua attenzione sui conflitti ed i cambiamenti socio-economici dell’Africa. Vive a Lagos.
  • Sebastián Liste (Spagna, 1985) – Fotografo e sociologo, documenta i profondi cambiamenti culturali dell’America Latina e dell’area Mediterranea. Vive tra il Brasile e la Spagna.
  • Kadir van Lohuizen (Olanda, 1963) – Ha indagato conflitti in Africa e in tantissimi altri luoghi. Deve la sua notorietà al suo progetto sui sette fiumi del mondo, l’industria legata ai diamanti e la migrazione nelle Americhe. Vive ad Amsterdam.
  • Jon Lowenstein (USA, 1970) – Negli ultimi 10 anni, Jon si è specializzato in progetti di documentazione fotografica complessi e di lunga durata che indagano la condizione sociale. Risiede a Chicago.
  • Asim Rafiqui (Svezia e USA, 1966) – Fotoreporter indipendente che risiede a Stoccolma, in Svezia e a Kagali in Ruanda. Ha documentato l’occupazione israeliana della striscia di Gaza.
  • Francesco Zizola (Italia, 1962) – Ha fotografato i maggiori conflitti mondiali e i contesti di crisi più nascosti. Vive a Roma.

2015_05_20-01 Noor logoNOOR is an international photo agency and foundation represented and co-owned by ten photographers and its managing director. Its cooperative model is in the tradition of Magnum Photos. It is headquartered in Amsterdam with photographers based worldwide. It is known for producing independent visual reports that stimulate positive social change, and impact views on human rights and other issues of global concern. Climate Change by NOOR is a long-term group project that focuses on two issues. The first, ‘Consequences by NOOR’ is an eyewitness record of the devastating effects of climate change around the globe. Produced in the autumn of 2009, these visual reportages show not ‘what might happen’ in the future but what is happening right now, emphasizing the urgency of addressing the issues at stake. NOOR continued the project in autumn 2010, with ‘Solutions’ a visual project investigating what is and what can be done to slow down or reverse climate change. This focuses on human stories about alternative power sources, renewable energies, and attempts to alleviate, adjust or cope with the rise of global temperatures, the biggest challenge our world has ever faced [Wikipedia].

Salite ai piani alti.

E’ questa la politica del territorio?

Maltempo Liguria: ponente Genova, in un'ora 103 mm di pioggia

Foto ANSA

«Salite ai piani alti» è l’appello che il sindaco di Genova ha rivolto ai suoi concittadini. E’ ancora emergenza per l’esondazione dei fiumi, soprattutto nel capoluogo ligure, nel basso Piemonte, a Milano. Ancora una volta tocca ricordare quanto avvertiva già Leonardo da Vinci sentenziando «L’acqua disfa li monti e riempie le valli, e vorrebbe ridare la terra in perfetta sfericità, s’ella potessi». Lo racconta Gian Antonio Stella, lucido analista delle miserie italiche, nell’articolo “Un piano speciale per ricominciare” sul Corriere della Sera del 16.11.2014.

2014_11_19 immagine 05Stella racconta come il dramma della Liguria fosse già scritto nei reportage degli anni ’60 di Montanelli («Da Bocca di Magra al confine francese, per trecento chilometri, è un bagnasciuga di cemento») e Bocca (che aveva coniato l’espressione “Lambrate sul Tigullio“) e nel libro “La colata. Il partito del cemento che sta cancellando l’Italia e il suo futuro” di Sansa, Garibaldi, Massari, Preve e Salvaggiulo. Ricordate anche “La speculazione edilizia” di Italo Calvino (1963)? Profetico, cinquant’anni fa. Vedi anche Francesco Cevasco sul progetto dell’ex convento delle suore cappuccine di Madre Rubatto, a Sanremo, sempre sul Corriere della Sera – Il club de La lettura («C’è bassa marea morale: dal 1963 ad oggi»).

Zeitoun. Una storia di resilienza.

14LVeggers1

Abdulrahman Zeitoun e famiglia

Ho appena terminato di leggere Zeitoun di Dave Eggers (2010). E’ un libro coinvolgente che racconta una storia personale di resilienza a New Orleans nei giorni di Katrina (settembre 2005). Quando l’uragano Katrina si abbatté su New Orleans, Abdulrahman Zeitoun, un americano di origini siriane, benestante e padre di quattro figli, decise di sfidare la tempesta e di restare, per proteggere la propria casa e l’attività lavorativa di ristrutturazioni immobiliari. Nei giorni successivi si mise a girare per le strade allagate su una canoa di seconda mano, portando aiuti e viveri alle persone e agli animali bloccati nelle case dall’inondazione. Ma il 6 settembre 2005 Zeitoun sparì all’improvviso. La moglie, sfollata coi figli nel Texas, disperata cercò di avere sue notizie, nel timore che gli fosse successo qualcosa di molto brutto.

Cosa successe ad Abdulrahman Zeitoun? In questa opera di non-fiction, per la quale ha condotto ricerche e lavorato per tre anni, Dave Eggers, sulle tracce delle radici siriane del protagonista, racconta il suo matrimonio con Kathy – un’americana convertitasi all’Islam la nascita dei figli, e soprattutto dipinge magistralmente l’atmosfera surreale (a New Orleans e negli Stati Uniti) che ha reso possibile quanto è accaduto a Zeitoun [fonte: Amazon].

Una New Orleans allagata per la rottura degli argini per l’80% del territorio urbano, anche fino al secondo piano delle case , fuori controllo, devastata (danni per 81,2 miliardi $), seminata di morte (1836 persone, per non parlare degli animali) ha vissuto l’incubo della coscienza, precipitando nella violenza e nell’anarchia, purtroppo facilitate da una gestione deficitaria della situazione da parte del sistema nazionale di protezione civile (FEMA – Federal Emergency Management Agency, prima di tutte). Potrebbe capitare ancora? Potrebbe capitare a noi?

2014_11_19 immagine 06

Foto: densitykatrina.wordpress.com

Costruire resiliente.

Zeitoun è tornato con la sua famiglia a New Orleans e ha ripreso la sua attività edile, riportando 114 case alle condizioni in cui erano prima dell’uragano, in alcuni casi migliorandole. Ogni volta che vede una casa in costruzione, chiunque sia l’impresario, sorride. “Costruite” pensa. “Costruite, costruite, costruite” […] Sarebbe facile, Zeitoun lo sa, prendere quell’edificio, così come tanti altri, e semplicemente abbatterlo e ripartire da zero. Per un impresario edile è certamente più comodo partire da un terreno sgombro. Ma così facendo si perde molto, troppo. E’ per questo che, nei tre anni che ha passato a ricostruire, Zeitoun ha sempre chiesto, come prima cosa: “Che cosa si può salvare?”.

2014_11_19 immagine 01Una casa deve poter resistere agli eventi di questi tipo. Questo concetto di resilienza sta emergendo sempre più forte negli ultimi anni, reso urgente da un cambiamento climatico che ormai non è più discutibile, e da una pianificazione del territorio irresponsabile, come descritto all’inizio di questo post. La resilienza non è forse un elemento portante della sostenibilità? Un edificio deve essere sostenibile, certo, ma prima di tutto resistente. Anche sulla scorta delle lezioni apprese con Katrina, Sandy, ecc. sono nati enti come il Resilient Design Institute di Alex Wilson (fondatore di BuildingGreen.com), che ha la missione di creare soluzioni che consentano agli edifici e alle comunità di sopravvivere e prosperare di fronte ai cambiamenti climatici, le catastrofi naturali e altre perturbazioni. Lo US Department of Homeland Security (DHS) con la collaborazione dello Insurance Institute for Business & Home Safety ha creato un nuovo programma chiamato Resilience STAR per costruire e ristrutturare case che siano più resistenti ai disastri. La prima fase del progetto pilota si sta concentrando sulle case unifamiliari nelle zone interessate dagli uragani. Sul sito c’è una carta geografica sui rischi delle case negli US in base alle zone. Basta inserire il proprio codice postale  (ZIP Code) per conoscere il livello di rischio della propria città. Più in generale, il programma di certificazione Fortified (che comprende linee guida di progettazione e costruzione e corsi di formazione per diventare “Fortified evaluator”) mira alla sicurezza sia delle abitazioni che degli esercizi commerciali. Insomma, si aprono opportunità per una nuova tipologia di green jobs.

2014_11_19 immagine 02Zeitoun. Through the story of one man’s experience after Hurricane Katrina, Eggers draws an indelible picture of Bush-era crisis management. Abdulrahman Zeitoun, a successful Syrian-born painting contractor, decides to stay in New Orleans and protect his property while his family flees. After the levees break, he uses a small canoe to rescue people, before being arrested by an armed squad and swept powerlessly into a vortex of bureaucratic brutality. When a guard accuses him of being a member of Al Qaeda, he sees that race and culture may explain his predicament. Eggers, compiling his account from interviews, sensibly resists rhetorical grandstanding, letting injustices speak for themselves. His skill is most evident in how closely he involves the reader in Zeitoun’s thoughts. Thrown into one of a series of wire cages, Zeitoun speculates, with a contractor’s practicality, that construction of his prison must have begun within a day or so of the hurricane [The New Yorker].

Resilience is the capacity to adapt to changing conditions and to maintain or regain functionality and vitality in the face of stress or disturbance.  It is the capacity to bounce back after a disturbance or interruption of some sort [Resilient Design Institute].

Resilience is …

Resilience is the capacity of an ecosystem to respond to a perturbation or disturbance by resisting damage and recovering quickly. | Der Begriff der Resilienz bezeichnet in der Ökosystemtheorie die Fähigkeit eines Ökosystems, angesichts von ökologischen Störungen seine grundlegende Organisationsweise zu erhalten anstatt in einen qualitativ anderen Systemzustand überzugehen. | La resilienza (dal latino resiliens -entis, part. pres. di resilire «rimbalzare») in ecologia e biologia è la capacità di un materiale di autoripararsi dopo un danno o di una comunità (o sistema ecologico) di ritornare al suo stato iniziale dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quello stato. [Wikipedia]

2014_07_25 immagine 01

Lago Maggiore, 15.07.2014

The International Living Future Institute issues a challenge: «[…] TO ALL OF HUMANITY: to reconcile the built environment with the natural environment, into a civilization that creates greater biodiversity, resilience and opportunities for life with each adaptation and development». [Living Building ChallengeSM 3.0].

«True, deep, sustainable, community resilience should immediately become a central part of the planning paradigm for cities and towns across every country». – Jason F. McLennan [Transformational Thought: Radical Ideas to Remake the Built Environment].

Lost in gravity.

2014_03_07 immagine 03

‘Houston, do you copy?’

All is lost e Gravity. E’ strano come questi due film usciti l’anno scorso, così complementari e che in fondo trattano la stessa storia, siano arrivati nelle nostre sale nello stesso periodo. Gravity è diretto, co-scritto, co-montato e co-prodotto da Alfonso Cuarón e ha per protagonisti Sandra Bullock e George Clooney. All is Lost (Tutto è perduto) è scritto e diretto da J.C. Chandor, è quasi del tutto privo di dialoghi e vede come unico interprete Robert Redford. Persa nello spazio lei. Perso nell’oceano lui. Alla deriva lui, dopo uno stupido incidente. Lei persa nel cosmo, anche lei per un imprevedibile collisione. Ciascuno da solo contro le forze della natura. Ok, lei non è proprio da sola, c’è George Clooney che la aiuta (‘George Clooney is outside !’ in questo caso), questa è la prima differenza (lei trova la forza di reagire nelle parole e nel ricordo del collega). Robert è stoico. Qualche smorfia di dolore sul suo volto segnato dai 77 anni (un ruolo pazzesco a quest’età). Non una parola, anzi sì, una sola dilaniante imprecazione e mai imprecazione fu più giustificata.

L’altra differenza è che Gravity conta su una batteria impressionante di innovazioni tecnologiche e visive (vedi anche l’articolo di Antonino Caffo su La Stampa del 03.03.2014) ideate dalla Framestore. L’intero film è un capolavoro  tecnico per un motivo semplice: tutto, tranne gli attori, è stato ricreato al  computer, una sorta di modelling adattivo da inserire poi nelle scene con le  persone reali. Telecamere robotiche che giravano intorno agli attori, Mental Ray (di NVIDIA) il software di rendering per la gestione della luce e poi un software di simulazione che ha modellato ogni singolo pezzo di stoffa degli abiti di scena. E’ infine il primo film in 3D  che non è stato girato in maniera classica e poi convertito in 3D oppure girato  direttamente in 3D. Insomma, lo stato dell’arte e infatti il successo è stato tale che persino gli astronauti della spedizione NASA 38 in giro per lo spazio hanno voluto congratularsi …

Ma davanti a questo trionfo tecnologico che lascia a bocca aperta per molte inquadrature, la mia simpatia va … al faccione corrucciato del vecchio Red. Un po’ perché lui nel film si arrangia proprio tutto da solo (ma in Gravity hanno una coerenza scenica i duetti con Bullock nei quali George clooneggia al suo meglio). Un po’ perchè Sandra la combina grossa (e si scopre pure che lei ‘non ci voleva venire!’ anche se nel resto del film trova la propria rivalsa), mentre Robert di fatto è vittima di sfortuna con la S maiuscola. Un po’ perché nel campionario dei paradigmi dell’innovazione dei quali è disseminato il film, lui si salva proprio con la trovata che è la più stupida e che mette a rischio la sua vita. Una serendipity all’ennesima potenza. Ma l’innovazione sta anche in alcune trovate creative del film. L’assenza di dialogo. L’unicità della scena. Pensate a quando Jeffrey C. Chandor, che è regista e sceneggiatore della pellicola, si sarà domandato ‘Ma funzionerà un film così o gli spettatori abbandoneranno la sala?’

2014_03_07 immagine 02

C’è un altro artificio che intriga: non è dato da sapere perché Redford (del quale non si conosce il nome, tanto nel film è solo e nessuno lo chiamerà …) sia da solo su quell’imbarcazione e cosa abbia lasciato dietro di sé, sulla terraferma. ‘I’m sorry. I know that means little at this point, but I am. I tried. I think you would all agree that I tried. To be true, to be strong, to be kind, to love, to be right, but I wasn’t.’ dichiara in premessa, ‘All is lost‘.

2014_03_07 immagine 04

Applausi a Cannes, dove All is lost partecipa fuori concorso, ma nessuna citazione agli Oscar (una nomination come migliore attore mi sembrava doverosa). Mentre Gravity ha fatto incetta di Oscar (ben 7: regia, effetti speciali, fotografia, montaggio, colonna sonora, sonoro e montaggio sonoro). All is lost e Gravity, due storie di solitudine ma soprattutto di iniziazione (tardiva) alla vita, di cruenta trasformazione dello spirito (niente potrà più essere lo stesso dopo una prova così totale). Due film complementari: uomo/donna ma soprattutto acqua/cielo, leggerezza/pesantezza (la gravity è molto più in All is lost …), silenzio/suono, assenza/presenza, morte/vita. E le due strade si incontrano nei due finali, così sovrapposti da sembrare concordati: Bullock esce dall’aria (lo spazio) attraverso l’acqua (la spiaggia nella quale è ammarata la navicella di emergenza), Redford esce dall’acqua attraverso l’aria e una mano che lo tira fuori (conclusione da applauso) verso il biancore accecante della – di nuovo – vita.

A bridge is born.

‘This living bridge will grow for 500 years. Your children will use it … and your children’s children’.

2013_11_08 immagine 01

Photo: Atlas Obscura

Meghalaya’s living bridges.

In the depths of northeastern India, in one of the wettest places on earth, bridges aren’t built—they’re grown. The Ficus elastica produces a series of secondary roots from higher up its trunk and can comfortably perch atop huge boulders along the riverbanks, or even in the middle of the rivers themselves. The War-Khasis, a tribe in Meghalaya, long ago noticed this tree and saw in its powerful roots an opportunity to easily cross the area’s many rivers. Now, whenever and wherever the need arises, they simply grow their bridges.

In order to make a rubber tree’s roots grow in the right direction—say, over a river—the Khasis use betel nut trunks, sliced down the middle and hollowed out, to create root-guidance systems. The thin, tender roots of the rubber tree, prevented from fanning out by the betel nut trunks, grow straight out. When they reach the other side of the river, they’re allowed to take root in the soil. Given enough time, a sturdy, living bridge is produced.

2013_11_08 immagine 02

Photo: Atlas Obscura

The root bridges, some of which are over a hundred feet long, take ten to fifteen years to become fully functional, but they’re extraordinarily strong—strong enough that some of them can support the weight of fifty or more people at a time. In fact, because they are alive and still growing, the bridges actually gain strength over time—and some of the ancient root bridges used daily by the people of the villages around Cherrapunji may be well over 500 years old.

[from Atlas Obscura, thanks for the link to Nadav Malin]

This amazing video takes us in the Indian region of Meghalaya to discover the living bridges.

A sustanaible living architecture.

Resilience, resilience, resilience.

Buona Pasqua ! Frohe Ostern ! Happy Easter !

2013_03_29 immagine 01

Resilience [Photo: Landscape Architects Network]