E io pago …

Sapevate che presso il Ministero delle Infrastrutture esiste una “anagrafe delle opere incompiute”? Ebbene sì, e ammontano a circa 600 (seicento). Dalla rete idrica Basento-Bradano (Basilicata) alla Città dello Sport a Tor Vergata (Roma) a … Lo racconta Sergio Rizzo, nell’articolo sul viaggio che ha compiuto per “Io Donna” del Corriere della Sera del 24.10.2014, che riporto integralmente di seguito. Buona (sigh) lettura 😦

Le opere pubbliche incompiute e lo spreco (di soldi pubblici). Sono almeno 600 i cantieri-sanguisuga rimasti aperti (inutilmente) per decenni. Il danno per lo Stato è di 4 miliardi di euro. Ma i guasti per l’ambiente sono ancor più gravi.

Potrebbe sembrare una considerazione banale. Ma se la costruzione di una strada, un ponte, uno stadio o una diga non finisce mai, la prima cosa che viene da pensare è che quella strada, quel ponte, quello stadio e quella diga non servano. Oppure non servano più. Niente meglio della storia che segue rende chiaro come tale banalità possa purtroppo trasformarsi in realtà. Correva l’anno 1976. Steve Jobs e Steve Wozniac fondavano la Apple Computers: tre mesi prima dagli stabilimenti Ibm era uscita la prima stampante laser. La Cassazione condannava al rogo per oscenità il capolavoro di Bernardo Bertolucci Ultimo tango a Parigi. Un devastante terremoto colpiva il Friuli-Venezia Giulia, provocando 989 morti. Il Torino vinceva il campionato di calcio di serie A e l’Italia di tennis guidata da Adriano Panatta si aggiudicava per la prima volta la Coppa Davis battendo a Santiago, fra polemiche feroci, il Cile del dittatore Augusto Pinochet.
Mentre un rampante imprenditore edile milanese di nome Silvio Berlusconi si apprestava a festeggiare il suo quarantesimo compleanno, a Roma nasceva Francesco Totti. E sulle note della canzone Ancora tu di Lucio Battisti, il singolo più venduto in Italia quell’anno, partiva in Basilicata la realizzazione del grande schema idrico Basento Bradano, che avrebbe dovuto irrigare decine di migliaia di ettari portando sviluppo e ricchezza in un’immensa area agricola.

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Il ponte ferroviario che scavalca il Bradano (Matera) Foto © Corriere della Sera

L’OPERA SARA’ COMPLETATA 41 ANNI DOPO LA POSA DELLA PRIMA PIETRA
Obiettivo: trasformare con l’acqua quelle terre baciate dal sole nel più grande orto d’Europa. Il progetto finanziato dalla Cassa del Mezzogiorno prevedeva due dighe collegate fra loro da alcune grandi condotte, oltre a una rete di distribuzione. Ben tre i ministri che in quell’interminabile 1976, con le prime elezioni politiche con il voto ai diciottenni e un governo Moro che vivacchiò per appena cinque mesi, si alternarono al timone dell’Intervento Straordinario nel Sud: Francesco Compagna, Giulio Andreotti e l’astro nascente della Dc, Ciriaco De Mita da Nusco, Avellino. Ma in quell’Italia dove già la politica si stava facendo famelica, e le grandi opere pubbliche cominciavano ad arenarsi nelle sabbie mobili di una burocrazia inefficiente e corrotta, la sete delle campagne lucane passò ben presto in secondo piano.
Denari che arrivavano a intermittenza, cantieri che aprivano e chiudevano, vertenze sindacali, battibecchi continui fra l’Ente irrigazione incaricato di gestire i lavori e la Regione, nel frattempo sempre più potente. Passano trent’anni e si scopre che se le dighe sono state fatte, mancano sempre i tubi. E che per farli ci sono appena 17 milioni, un ventesimo di quello che sarebbe necessario. Dietro le pressioni che arrivano dai politici lucani il Cipe nel 2006 stanzia 85 milioni. Ma per far ripartire quella macchina infernale, fra Regione Basilicata, Ente irrigazione e i vari commissari straordinari, ci vorranno ancora sette anni. Soltanto cinque se ne vanno per stipulare un mutuo con la Cassa Depositi e Prestiti, che deve mettere il denaro mancante. Altri due evaporano con le procedure della gara d’appalto. L’ex sottosegretario alle Infrastrutture Rocco Girlanda, che nell’autunno del 2013 si incarica di comunicare che i lavori stanno finalmente per ripartire, annuncia contestualmente che l’opera pubblica sarà completata presumibilmente entro il 2017. Quarantuno anni dopo la posa della prima pietra. Complimenti.

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Il nuovo Palazzo del cinema (Venezia) Foto © Corriere della Sera

LE “GRANDI OPERE INCOMPIUTE” SONO ALMENO SEICENTO
Ma quello che Girlanda non ha potuto dire è che quel mastodontico schema idrico non servirà più. O meglio, non servirà per quello che doveva essere la sua iniziale funzione. L’immenso orto che l’acqua del Basento-Bradano doveva irrigare, infatti, non esiste. Siccome l’acqua non arrivava, da decenni le terre baciate dal sole sono coltivate a grano: che com’è noto non necessita di irrigazione.
E il fatto è che questa vicenda all’apparenza incredibile non è affatto unica. Lo dicono i dati del ministero delle Infrastrutture che si è finalmente deciso a creare una specie di “anagrafe delle incompiute”. Sapete quante sono? Circa seicento, e gli esperti assicurano che l’elenco è incompleto. Un esempio: chi ci ha ficcato il naso dice che manca la Città dello Sport di Roma, dove nel 2009 si sarebbero dovuto svolgere i Mondiali di nuoto, che invece causa opera incompiuta(400 milioni spesi inutilmente) hanno traslocato al Foro italico. E sappiamo poi come sono andate le cose, con le inchieste della magistratura e tutto il resto.

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La “Città dello Sport” a Torvergata (Roma) Foto © Corriere della Sera

A CHE SERVIVA UNO STADIO DEL POLO PER 22.000 SPETTATORI?
Un quarto del totale è in Sicilia, con casi che sono diventati ormai letteratura, come la dozzina di opere mai finite che assediano Giarre, in Provincia di Catania. Prova provata che quella considerazione banale fatta all’inizio è spesso la sola spiegazione per il colossale spreco di denaro pubblico. Qualcuno sa dire a che cosa serviva un campo da polo (avete letto bene: polo, quello che si gioca con i cavalli) che sarebbe stato capace di ospitare 22 mila spettatori, sempre naturalmente che le tribune non avessero avuto un’inclinazione tale da rendere impossibile la fruizione da parte del pubblico, in una città di 28 mila abitanti?
E una piscina olimpionica, anche quella mai finita, lunga 49 metri? A un certo punto si era pensato di utilizzare quegli obbrobri facendone una specie di parco a tema sulle opere incompiute. Proposta che era stata appoggiata anche dal quotidiano inglese Independent. Qualcuno interpretò la cosa come il classico sfottò britannico agli italiani incapaci e scialacquoni. Una burla e niente più. La faccenda delle opere incompiute, invece, è terribilmente seria.
E non soltanto per lo spreco immane di denaro pubblico: 4,1 miliardi, è stato calcolato. Ma anche per lo sfregio e il degrado del territorio. Ragion per cui sarebbe necessario un piano di risanamento ben più radicale di quello che vorrebbe fare il governo Renzi con il decreto cosiddetto Sblocca-Italia. è proprio impossibile pensare che i prossimi fondi europei siano vincolati per prima cosa al completamento delle opere mai terminate? Non di tutte, ovviamente: di quelle che sono davvero ancora utili. Per le altre, meglio pensare a interventi di bonifica che restituiscano dignità al paesaggio. Se poi qualcuno riesce addirittura a portarci i turisti, auguri…

[Sergio Rizzo © Io Donna | Corriere della Sera, 24.10.2014]

 

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