Si fa presto a dire Zero.

Si fa presto a dire Zero.

[the English abstract follows]

Zero emissions, zero carbon, zero energy, net zero, net positive, nearly zero energy buildings, carbon neutral, zero impact, carbon-free, carbon negative, carbon off setting, carbon removal, il primo edificio, il primo progetto, il primo intervento di rigenerazione urbana a zero emissioni, il primo … – aggiungete a piacere.

Insomma, si fa presto a dire zero. La spinta verso una neutralità di carbonio arriva ovviamente dal drammatico sviluppo della crisi climatica globale, e dai report IPCC, così come dalle grandi scelte politiche e strategiche di nazioni o addirittura continenti, da una parte, e dal mondo economico e industriale dall’altra. L’esempio più ambizioso è probabilmente quello dell’Unione Europea, che tramite la presidente Ursula von der Leyen ha dichiarato che l’Europa sarà il primo continente carbon neutral entro il 2050, con l’obiettivo ancora più ambizioso di ridurre entro il 2030 le emissioni di gas serra del 55% rispetto al 1990 (il che equivale a una riduzione in dieci anni di circa il 70% di quanto siamo stati in grado di ridurre nei trent’anni precedenti). Tutto ciò ovviamente da ricalibrare sulla base della crisi energetica in corso a causa dell’invasione russa in Ucraina. Nella corsa alla neutralità di carbonio, l’Unione Europea è in buona compagnia, con almeno 135 nazioni che hanno dichiarato un impegno analogo, con solamente però il 66% che hanno fatto seguire a questo impegno un obiettivo preciso di calendario e delle policy nazionali.

A queste si sono aggiunte appunto le grandi multinazionali, che fanno della neutralità di carbonio un aspetto anche strategico dal punto di vista etico e della comunicazione. Google sta mettendo in atto una massiccia politica di decarbonizzazione che ad esempio prevede che entro il 2030 tutta l’energia operativa sia carbon-free, oltre ad avere un analogo approccio alla gestione idrica. E gli altri tech giants sono allineati, Microsoft si è impegnata a diventare carbon negative entro il 2030, Amazon net-zero carbon entro il 2040 (di Amazon è il primo stadio carbon neutral al mondo di qualsiasi sport, la Climate Pledge Arena a Seattle), e in questa direzione si è mossa Prologis, leader globale nella logistica, con il primo centro logistico registrato per la certificazione Zero Carbon dell’International Living Future Institute, vicino a Parigi.

Le emissioni del settore costruzioni sono molto impattanti, anche per la continua cementificazione in corso, che da un report recente viaggia ad un ritmo di una nuova New York City ogni 34 giorni[1] (sì, avete capito bene), considerando sia le nuove costruzioni che le ristrutturazioni. Ma abbiamo imparato che anche la scienza in generale, e la sanità e la farmaceutica in particolare hanno un impatto enorme in termini di emissioni di gas serra, addirittura il 50% in più del settore automotive. Interessante citare l’iniziativa Race to Zero della Nazioni Unite, che ha fissato obiettivi e strategie per i vari settori economici e ad esempio per il settore scientifico ha richiesto che il 95% dei laboratori farmaceutici e medici nel mondo sia certificato My Green Lab entro il 2030.

Insomma, c’è un’enorme attenzione sul tema, anzi possiamo dire che dal punto di vista della crisi climatica globale, questo è il tema. Per quanto riguarda l’ambiente costruito, dal mio osservatorio noto una vera e propria migrazione dei principali studi di progettazione dagli obiettivi dell’efficienza energetica a quelli della neutralità al carbonio. La progettazione è ora focalizzata non più su alte prestazioni energetiche, ma sul ridurre al massimo l’impronta CO2, con un processo progettuale guidato da strumenti di calcolo dell’impatto del ciclo di vita dell’edificio (LCA). Insomma la neutralità al carbonio è la nuova efficienza energetica.

Ovviamente, in questo diluvio di impegni, dichiarazioni e corsa alla neutralità al carbonio, il rischio di greenwashing o meglio, in questo caso di carbon washing, è elevatissimo, anche perché è forse più facile diffondere comunicazioni fasulle su qualcosa che è già difficile da percepire – emissioni di CO2, cosa sono? – ancora di più di una prestazione energetica basata sui kW, che è qualcosa che in qualche modo afferriamo, perché incide direttamente sul nostro portafoglio. Illuminante, ad esempio, questo articolo del direttore di Dezeen, dal titolo “Carbon washing is the new greenwashing”. Ciò che sto vedendo da almeno un paio di anni a questa parte, è una serie di dichiarazioni – tutte da verificare – da parte di aziende, società di progettazione, sviluppatori immobiliari, e via dicendo, sulla presunta neutralità di carbonio di una serie di progetti e interventi ambiziosi. Ora, per chiarire il punto e usando genericamente il termine zero carbon, io mi faccio due domande molto dirette – carbon neutral quando? e – carbon neutral come?

Image: The Economist

Cominciamo dal – carbon neutral quando? La crisi climatica che stiamo vivendo ormai in maniera drammatica e con conseguenze visibili (vogliamo giusto fare un esempio? Qui nelle Alpi non piove da tre mesi, e non ditemi che sto confondendo il meteo con il clima) ha degli orizzonti temporali ben definiti. C’è un prima, con decenni di misure di emissioni CO2 alle nostre spalle, c’è un durante – ovvero quello che possiamo fare ora, cambiando immediatamente le nostre pratiche quotidiane – e c’è un dopo, che sono le simulazioni e le previsioni di come le emissioni potrebbero evolvere nei prossimi anni e decenni. Quindi, quando una – azienda, organizzazione, immobiliare, ecc. – dichiara – questo progetto è carbon neutral, è carbon neutral quando? Ora, nel momento in cui è stato realizzato, “hic et nunc”, oppure è progettato in modo che sul medio- lungo periodo finisca per raggiungere un livello di neutralità di emissioni nel tempo (entro il 2030, 2035, 2040, ecc.)?

Perché come capite la differenza è macroscopica e confonde le menti. Perché se l’edificio è carbon neutral ora – quindi diciamo che ho ridotto e compensato tutte le sue emissioni nel momento in cui entra in funzione – allora questo è un edificio che iscrivo nella lista di quelli che “non faranno danni” per i prossimi anni a venire. Viceversa, se lo intendo carbon neutral, perché gli do una road-map per diventare davvero carbon neutral entro una certa data, allora è cosa completamente diversa. Allora, è come l’Unione Europea, che ha un programma (lento, lentissimo) per mettere in atto una serie di azioni che solo in 28 (sigh) anni da oggi ci faranno raggiungere la neutralità menzionata. E quindi, se il progetto è di questo tipo, allora significa che bellamente continuerà a produrre emissioni nel suo orizzonte temporale definito. Insomma è un altro edificio che aggrava la situazione, meno dei suoi “simili”, ma la aggrava comunque.

L’altra domanda è – carbon neutral come? Perché anche qui bisogna che ci intendiamo. Intanto, tra carbon neutral e net zero c’è una differenza. Anche in questo caso Dezeen ha fatto un ottimo lavoro, spiegando in questo glossario che in sostanza si raggiunge la neutralità al carbonio con una combinazione di riduzione delle emissioni e compensazione, in modo da non aggiungere nuove emissioni all’atmosfera, mentre net zero significa davvero eliminare le riduzioni alla fonte, con una serie di considerazioni che riguardano la classificazione delle emissioni tra emissioni di scopo 1, 2 o 3 (vedi immagine sopra).

Tornando agli edifici e al loro impatto sulle emissioni, queste possono essere distinte macroscopicamente in due tipi: operational carbon, che sono le emissioni derivate dal consumo energetico da fonti fossili, ed embodied carbon, che è quello dipendente dalla produzione di prodotti da costruzioni che vengono utilizzati per l’edificio (che non è altro che un assemblaggio appunto di prodotti e materiali). Per affrontare questi aspetti e realizzare un edificio di fatto net zero, la certificazione Zero Carbon di ILFI è il primo standard mondiale (lanciato nel 2018) per edifici Zero Carbon, certificato da terza parte.

Questo programma prevede che l’edificio abbia comunque delle prestazioni elevate dal punto di vista energetico e che il 100% dell’energia consumata sia coperto da fonti rinnovabili sul posto e/o off-site, mentre il 100% dell’impatto dei materiali venga ridotto al di sotto delle soglie medie di emissioni dei rispettivi settori produttivi (almeno il 10% per quanto riguarda la struttura dell’edificio). In pratica, le fasi A1÷A5 e B6 del ciclo di vita di cui all’immagine seguente. Le emissioni totali di carbonio contenute nel progetto alla fine non devono superare i 500 kg-CO₂e/m², e devono essere compensate una tantum secondo un programma certificato Green-e Climate o equivalente. Il tutto – come di consueto per i programmi ILFI, questa la differenza gigantesca con gli altri standard di sostenibilità internazionali dell’ambiente costruito – monitorato su almeno 12 mesi dall’inizio dell’occupazione dell’edificio. La certificazione Zero Carbon è basata sull’approccio Science Based Targets.

Dati reali, non carbon washing. Interessante osservare come lo studio indipendente The Embodied Carbon Review di One Click LCA (2018), che ha analizzato circa un centinaio dei protocolli di sostenibilità nazionali e internazionali più conosciuti, abbia classificato Zero Carbon e Living Building Challenge di ILFI come gli unici in grado davvero di de-carbonizzare al 100% l’ambiente costruito.

Insomma, si fa presto a dire zero, forse non così presto a farlo, ma la buona notizia è che è possibile realizzare edifici zero carbon o comunque carbon neutral, e ciò è dimostrato dal crescente interesse che Living Future Europe sta riscontrando dal mercato europeo.

It’s easy to say zero!

Zero emissions, zero carbon, zero energy, net zero, net positive, nearly zero energy buildings, carbon neutral, zero impact, carbon-free, carbon negative, carbon off setting, carbon removal, the first building, the first project, the first zero-emission urban regeneration, the first … several buzzwords but also a lot of confusion in the building industry. Carbon neutrality is the new energy efficiency.

Driven by the ambitious goals at the political level (the European Union, many countries in the world) and at a corporate level (Google, Microsoft, Amazon, Prologis to name a few), the interest about carbon neutral buildings or net zero buildings (the article explains the difference) is increasing dramatically, but so is the risk of carbon-washing. Main questions are – zero carbon, when? And – zero carbon, how? There are huge differences in the timing of achieving a building project’s carbon neutrality as well as in the scope (what parts to include in the assessment) and the methodology (how to demonstrate that the project is actually carbon neutral).

Based on proven performances over a 12-month monitoring, the International Living Future Institute Zero Carbon certification has been recognised as the only standard to fully decarbonise the built environment. Projects must demonstrate actual net zero carbon operations. The total embodied carbon emissions of the final construction materials and processes associated with the project must be disclosed and accounted for through the procurement of equivalent carbon offsets. New projects must demonstrate a reduction in the embodied carbon of primary materials compared to an equivalent baseline.

For those of you interested in how to design and build carbon neutral buildings, take the chance to watch for free – upon registration – the recordings of the Living Future Europe 3-webcasts 2021 series on ‘Carbon+Transparency’, featuring talks and case studies from Arup, EIT Climate-KIC, Google, Distrito Castellana Norte, Isopan, Regenbe; kindly sponsored and co-organised by Manni Group. Still available for a few days, until end of this month. Program:


[1] Global Alliance for Buildings and Construction, IEA and UNEP (2019): 2019 global status report for buildings and construction: Towards a zero-emission, efficient and resilient buildings and construction sector.

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