C’è un Paese che non s’arrende.

La crisi e qualche segnale dalle imprese. Riporto e commento L’articolo integrale di Dario Di Vico sul Corriere della Sera del 19.01.2013.

In altre stagioni ci saremmo divisi tra ottimisti e pessimisti. Oggi, purtroppo, non c’è partita e i dati del Bollettino economico di Banca d’Italia lo ribadiscono. Peggiorano le stime sul Pil che nel 2013 scenderà dell’1% e non dello 0,2% come indicato in precedenza e anche l’occupazione subirà un ulteriore taglio dell’1%. Scattata e condivisa la fotografia dei guasti della recessione, si sente però l’esigenza di completare l’operazione e di parlare a quella parte del Paese che non solo non si arrende ma qualche risultato lo porta a casa pur camminando controvento. E sì, perché la recessione non equivale a una caduta verticale delle attività, anche questa volta è un mutamento di pelle che, rispetto al passato, sconta in vari settori un arretramento più secco e una drastica contrazione dell’offerta. Lo stesso documento della Banca d’Italia, ad esempio, riconosce la straordinaria vitalità delle nostre aziende esportatrici, che tra l’altro stanno animando una discreta campagna di acquisizioni all’estero. Troppo spesso dimentichiamo che a fare la differenza tra i tedeschi e noi, più che la qualità del prodotto industriale, è l’efficienza della catena distributiva. E purtroppo noi italiani, salvo qualche lodevole eccezione, in logistica e vendita al dettaglio non siamo mai stati tra i primi della classe.

Immagine: Marazzi

Immagine: Marazzi

Interpretare il mutamento di pelle è sempre un esercizio difficile ma ci sono episodi che in qualche modo vanno colti perché possono segnare la transizione. Uno di questi è lo sbarco a Sassuolo del colosso americano Mohawk che ha comprato la Marazzi (un’altra acquisizione straniera di un gioiello del made in Italy delle costruzioni, dopo quella altrettanto clamorosa nel 2011 di Permasteelisa da parte dei giapponesi di JS Group, n.d.r.) .

2013_01_21 immagine 01Quello emiliano della ceramica è il fratello maggiore dei distretti del made in Italy e le dinamiche che lo coinvolgono sono anticipatrici. Sarà dunque interessante vedere come l’arrivo americano rimodulerà i rapporti, spingerà o meno i Piccoli a mettersi assieme, aprirà magari nuove opportunità di collaborazione finalizzate ai mercati terzi. Il cambiamento vede protagoniste anche diverse multinazionali che operano da tempo in Italia, si sono radicate e in qualche modo ibridate. I loro country manager sono degli alleati che qualsiasi governo dovrebbe cercare di portare dalla sua/nostra parte affinché si stabiliscano in Italia nuove localizzazioni produttive e affluiscano risorse per gli investimenti necessari a globalizzare i nostri marchi.

2013_01_21 immagine 03Dove il mutamento di pelle fatica a venir fuori è il mercato interno, troppo debole perché ci possano essere prospettive rosee per le piccole imprese che non esportano e di conseguenza per i livelli occupazionali che hanno garantito finora. Allora i dossier da prendere in mano subito – prima delle urne – possono essere anche solo due: la filiera dell’edilizia e i pagamenti pregressi della pubblica amministrazione. Nel primo caso è stato annunciato un tavolo per monitorare la concessione dei mutui alle famiglie. In quella sede per sostenere la domanda di abitazioni si dovrà valutare l’ipotesi di tornare alla tradizione delle cartelle fondiarie sottoscritte in una prima fase da investitori istituzionali, magari a partire dalla Cassa depositi e prestiti (ma bisogna partire soprattutto con la riqualificazione, soprattutto energetica, del patrimonio edilizio pubblico e privato italiano; una manovra già in atto in altri paesi – vedi Green Deal nel Regno Unito – che allontanerebbe l’Italia fuori dalla dipendenza dai combustibili fossili e rimetterebbe in moto il settore delle costruzioni, che è il motore dell’economia, n.d.r.). Quanto ai pagamenti siamo ancora in fase di stallo perché troppe pubbliche amministrazioni, comprese alcune Procure della Repubblica, non hanno i soldi per pagare e le banche faticano a scontare i crediti pur perfettamente certificati. Ma non si può lasciare che tutto marcisca (la direttiva 2011/7/UE ci obbliga al pagamento massimo a 30 giorni, cosa che avviene nelle economie che funzionano, vedi Germania; se le imprese vengono pagate hanno liquidità per operare, aumenta la fiducia per investire e si imprime un’accelerazione alla ripresa, n.d.r.).

[Dario Di Vico, Corriere della Sera 19.01.2013]

2 risposte a “C’è un Paese che non s’arrende.

  1. Totalmente d’accordo, i provvedimenti citati sono parte della strada giusta da percorrere. A monte però gli italiani hanno bisogno di ricreare: cuore, coraggio e fiducia. Come ha fatto l’Italia ad uscire in passato da situazioni ben peggiori? Non abbiamo forse i mezzi per farcela anche questa volta? Chiediamocelo.
    Alberto Lodi

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  2. Pingback: Piastrelle on demand. | carlobattisti

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