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#retrofit

2014_03_28 immagine 03Parte bene il ciclo di 5 convegni sulle costruzioni sostenibili organizzato da Macro Design Studio, con la sala piena per il primo evento di mercoledì 26 marzo presso Progetto Manifattura dedicato al risanamento. Il filo logico del #retrofit (era questo l’hashtag scelto su Twitter) ha collegato gli interventi di Giuliano Venturelli della Facoltà di Ingegneria di Brescia (Risanare partendo dall’involucro), Enrico Moschini di Rockwool Italia (Soluzioni tecnologiche a cappotto), Matteo Santucci di Dot.matic (Edifici ad energia quasi zero) e Alberto Basso di Indea (Sistemi di riscaldamento con moduli solari ibridi). Ha concluso Sara Verones del Comune di Bolzano che, con il caso studio del progetto EPOurban, ha dato una visione multidisciplinare e su scala urbana della strategia per il retrofitting degli edifici.

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Molti spunti di discussione sono emersi nell’incontro moderato da Paola Moschini e Carlo Battisti, ed è questo forse il risultato più importante che organizzatori, relatori e partecipanti hanno condiviso. Un’occasione preziosa in sostanza per avere dagli specialisti il quadro sullo stato dell’arte e un’opportunità per interrogarsi su diversi temi, non solo tecnologici, di sviluppo del settore. E’ apparso chiaramente che è necessaria da parte di tutti gli attori in gioco una visione improntata all’innovazione sostenibile, multidisciplinare e integrata. Il seminario di mercoledì è stato anche una testimonianza concreta di collaborazione tra tecnici e professionisti del Trentino e dell’Alto Adige, per unire le forze e scambiare buone pratiche, amplificando le opportunità di ripresa.

Al termine gli organizzatori hanno rilanciato l’invito per altre due iniziative di sicuro interesse: il secondo degli incontri in Manifattura di mercoledì 16 aprile 2014, dedicato alle più importanti certificazioni di sostenibilità degli edifici presenti sul mercato, e l’evento al TIS innovation park di Bolzano del giorno dopo, giovedì 17 aprile, con il confronto tra i team universitari coinvolti nel Solar Decathlon, la più importante competizione internazionale per case passive.

Date dei prossimi incontri del ciclo Sostenibilità e valorizzazione del patrimonio edilizio

Vi aspettiamo 🙂

C’è un Paese che non s’arrende.

La crisi e qualche segnale dalle imprese. Riporto e commento L’articolo integrale di Dario Di Vico sul Corriere della Sera del 19.01.2013.

In altre stagioni ci saremmo divisi tra ottimisti e pessimisti. Oggi, purtroppo, non c’è partita e i dati del Bollettino economico di Banca d’Italia lo ribadiscono. Peggiorano le stime sul Pil che nel 2013 scenderà dell’1% e non dello 0,2% come indicato in precedenza e anche l’occupazione subirà un ulteriore taglio dell’1%. Scattata e condivisa la fotografia dei guasti della recessione, si sente però l’esigenza di completare l’operazione e di parlare a quella parte del Paese che non solo non si arrende ma qualche risultato lo porta a casa pur camminando controvento. E sì, perché la recessione non equivale a una caduta verticale delle attività, anche questa volta è un mutamento di pelle che, rispetto al passato, sconta in vari settori un arretramento più secco e una drastica contrazione dell’offerta. Lo stesso documento della Banca d’Italia, ad esempio, riconosce la straordinaria vitalità delle nostre aziende esportatrici, che tra l’altro stanno animando una discreta campagna di acquisizioni all’estero. Troppo spesso dimentichiamo che a fare la differenza tra i tedeschi e noi, più che la qualità del prodotto industriale, è l’efficienza della catena distributiva. E purtroppo noi italiani, salvo qualche lodevole eccezione, in logistica e vendita al dettaglio non siamo mai stati tra i primi della classe.

Immagine: Marazzi

Immagine: Marazzi

Interpretare il mutamento di pelle è sempre un esercizio difficile ma ci sono episodi che in qualche modo vanno colti perché possono segnare la transizione. Uno di questi è lo sbarco a Sassuolo del colosso americano Mohawk che ha comprato la Marazzi (un’altra acquisizione straniera di un gioiello del made in Italy delle costruzioni, dopo quella altrettanto clamorosa nel 2011 di Permasteelisa da parte dei giapponesi di JS Group, n.d.r.) .

2013_01_21 immagine 01Quello emiliano della ceramica è il fratello maggiore dei distretti del made in Italy e le dinamiche che lo coinvolgono sono anticipatrici. Sarà dunque interessante vedere come l’arrivo americano rimodulerà i rapporti, spingerà o meno i Piccoli a mettersi assieme, aprirà magari nuove opportunità di collaborazione finalizzate ai mercati terzi. Il cambiamento vede protagoniste anche diverse multinazionali che operano da tempo in Italia, si sono radicate e in qualche modo ibridate. I loro country manager sono degli alleati che qualsiasi governo dovrebbe cercare di portare dalla sua/nostra parte affinché si stabiliscano in Italia nuove localizzazioni produttive e affluiscano risorse per gli investimenti necessari a globalizzare i nostri marchi.

2013_01_21 immagine 03Dove il mutamento di pelle fatica a venir fuori è il mercato interno, troppo debole perché ci possano essere prospettive rosee per le piccole imprese che non esportano e di conseguenza per i livelli occupazionali che hanno garantito finora. Allora i dossier da prendere in mano subito – prima delle urne – possono essere anche solo due: la filiera dell’edilizia e i pagamenti pregressi della pubblica amministrazione. Nel primo caso è stato annunciato un tavolo per monitorare la concessione dei mutui alle famiglie. In quella sede per sostenere la domanda di abitazioni si dovrà valutare l’ipotesi di tornare alla tradizione delle cartelle fondiarie sottoscritte in una prima fase da investitori istituzionali, magari a partire dalla Cassa depositi e prestiti (ma bisogna partire soprattutto con la riqualificazione, soprattutto energetica, del patrimonio edilizio pubblico e privato italiano; una manovra già in atto in altri paesi – vedi Green Deal nel Regno Unito – che allontanerebbe l’Italia fuori dalla dipendenza dai combustibili fossili e rimetterebbe in moto il settore delle costruzioni, che è il motore dell’economia, n.d.r.). Quanto ai pagamenti siamo ancora in fase di stallo perché troppe pubbliche amministrazioni, comprese alcune Procure della Repubblica, non hanno i soldi per pagare e le banche faticano a scontare i crediti pur perfettamente certificati. Ma non si può lasciare che tutto marcisca (la direttiva 2011/7/UE ci obbliga al pagamento massimo a 30 giorni, cosa che avviene nelle economie che funzionano, vedi Germania; se le imprese vengono pagate hanno liquidità per operare, aumenta la fiducia per investire e si imprime un’accelerazione alla ripresa, n.d.r.).

[Dario Di Vico, Corriere della Sera 19.01.2013]