Lost in gravity.

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‘Houston, do you copy?’

All is lost e Gravity. E’ strano come questi due film usciti l’anno scorso, così complementari e che in fondo trattano la stessa storia, siano arrivati nelle nostre sale nello stesso periodo. Gravity è diretto, co-scritto, co-montato e co-prodotto da Alfonso Cuarón e ha per protagonisti Sandra Bullock e George Clooney. All is Lost (Tutto è perduto) è scritto e diretto da J.C. Chandor, è quasi del tutto privo di dialoghi e vede come unico interprete Robert Redford. Persa nello spazio lei. Perso nell’oceano lui. Alla deriva lui, dopo uno stupido incidente. Lei persa nel cosmo, anche lei per un imprevedibile collisione. Ciascuno da solo contro le forze della natura. Ok, lei non è proprio da sola, c’è George Clooney che la aiuta (‘George Clooney is outside !’ in questo caso), questa è la prima differenza (lei trova la forza di reagire nelle parole e nel ricordo del collega). Robert è stoico. Qualche smorfia di dolore sul suo volto segnato dai 77 anni (un ruolo pazzesco a quest’età). Non una parola, anzi sì, una sola dilaniante imprecazione e mai imprecazione fu più giustificata.

L’altra differenza è che Gravity conta su una batteria impressionante di innovazioni tecnologiche e visive (vedi anche l’articolo di Antonino Caffo su La Stampa del 03.03.2014) ideate dalla Framestore. L’intero film è un capolavoro  tecnico per un motivo semplice: tutto, tranne gli attori, è stato ricreato al  computer, una sorta di modelling adattivo da inserire poi nelle scene con le  persone reali. Telecamere robotiche che giravano intorno agli attori, Mental Ray (di NVIDIA) il software di rendering per la gestione della luce e poi un software di simulazione che ha modellato ogni singolo pezzo di stoffa degli abiti di scena. E’ infine il primo film in 3D  che non è stato girato in maniera classica e poi convertito in 3D oppure girato  direttamente in 3D. Insomma, lo stato dell’arte e infatti il successo è stato tale che persino gli astronauti della spedizione NASA 38 in giro per lo spazio hanno voluto congratularsi …

Ma davanti a questo trionfo tecnologico che lascia a bocca aperta per molte inquadrature, la mia simpatia va … al faccione corrucciato del vecchio Red. Un po’ perché lui nel film si arrangia proprio tutto da solo (ma in Gravity hanno una coerenza scenica i duetti con Bullock nei quali George clooneggia al suo meglio). Un po’ perchè Sandra la combina grossa (e si scopre pure che lei ‘non ci voleva venire!’ anche se nel resto del film trova la propria rivalsa), mentre Robert di fatto è vittima di sfortuna con la S maiuscola. Un po’ perché nel campionario dei paradigmi dell’innovazione dei quali è disseminato il film, lui si salva proprio con la trovata che è la più stupida e che mette a rischio la sua vita. Una serendipity all’ennesima potenza. Ma l’innovazione sta anche in alcune trovate creative del film. L’assenza di dialogo. L’unicità della scena. Pensate a quando Jeffrey C. Chandor, che è regista e sceneggiatore della pellicola, si sarà domandato ‘Ma funzionerà un film così o gli spettatori abbandoneranno la sala?’

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C’è un altro artificio che intriga: non è dato da sapere perché Redford (del quale non si conosce il nome, tanto nel film è solo e nessuno lo chiamerà …) sia da solo su quell’imbarcazione e cosa abbia lasciato dietro di sé, sulla terraferma. ‘I’m sorry. I know that means little at this point, but I am. I tried. I think you would all agree that I tried. To be true, to be strong, to be kind, to love, to be right, but I wasn’t.’ dichiara in premessa, ‘All is lost‘.

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Applausi a Cannes, dove All is lost partecipa fuori concorso, ma nessuna citazione agli Oscar (una nomination come migliore attore mi sembrava doverosa). Mentre Gravity ha fatto incetta di Oscar (ben 7: regia, effetti speciali, fotografia, montaggio, colonna sonora, sonoro e montaggio sonoro). All is lost e Gravity, due storie di solitudine ma soprattutto di iniziazione (tardiva) alla vita, di cruenta trasformazione dello spirito (niente potrà più essere lo stesso dopo una prova così totale). Due film complementari: uomo/donna ma soprattutto acqua/cielo, leggerezza/pesantezza (la gravity è molto più in All is lost …), silenzio/suono, assenza/presenza, morte/vita. E le due strade si incontrano nei due finali, così sovrapposti da sembrare concordati: Bullock esce dall’aria (lo spazio) attraverso l’acqua (la spiaggia nella quale è ammarata la navicella di emergenza), Redford esce dall’acqua attraverso l’aria e una mano che lo tira fuori (conclusione da applauso) verso il biancore accecante della – di nuovo – vita.

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