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Quel treno per Lancaster.

La prima scuola di formazione di RESTORE.

È passata già una decina di giorni dal ritorno da Lancaster, e sono ancora un po’ stordito. Mi aiuta a fare chiarezza lo scrivere cinque concetti principali che mi sono portato a casa. In inglese li chiamano “takeaway”, proprio come il “cibo da asporto”, avete presente il cartoccio di “fish and chips”? Anche se non è proprio così. Ti sembra di portarti via delle cose dal luogo dove hai vissuto un’esperienza intensa; ma in realtà molto di quell’esperienza rimane in quel luogo, ti tocca tornarci per riconoscerlo. Credo che tornerò a Lancaster, sì.

1. Il dono della sintesi

Ora è più che mai necessario. Avevo scritto il precedente post sulla “Restorative week”, che ci apprestavamo a vivere, ma mi sbagliavo, per difetto. Lancaster è sì stata anche la settimana “restorative”, l’immersione totale in ciò che RESTORE si appresta a diventare, una nuova concezione dell’ambiente costruito e degli edifici del futuro (come i living building di Living Future). Ma è stato molto di più. La training school di Lancaster segna un punto di non ritorno o meglio il “turning point”, il punto di svolta. Nulla davvero potrà essere come prima, l’arca di RESTORE (con i suoi 120+ partecipanti da 37 nazioni …) è salpata definitivamente.

Una mole di concetti, idee, spunti, prospettive, che raccontano un nuovo quadro di riferimento, un nuovo “framework”. Non ci siamo fatti mancare proprio nulla: restorative e regenerative sustainability, sustainability education, biophilia e biophilic design, sustainable heritage, mindfulness for sustainability, landscaping for regenerative sustainability. Ora ci attende un compito delicato e necessario, riuscire a realizzare una sintesi e a trasferire questo tesoro di conoscenza ai gruppi di lavoro che stanno arrivando e che dovranno tradurlo in linee guida, processi, metodologie, strumenti.

2. Il viaggio conta più della meta

Brockholes Nature Reserve, Preston (UK)

Il programma a ritmo serrato di questa settimana mi ha fatto perdere spesso di vista un concetto. Non è la meta, è il viaggio che conta. Siamo passati da un workshop a una lezione, a una presentazione, a una lecture, il tempo è volato, con il rischio di perdere il valore del sapere acquisito. Ma c’è il momento dell’apprendimento, c’è il momento della discussione, poi arriva il momento in cui devi spegnere tutto e fare sedimentare ciò che hai assorbito. Come in quel cammino circolare di venerdì mattina attraverso le paludi di Brockholes. Non siamo entrati subito nel centro visitatori, abbiamo fatto un giro lungo, apparentemente senza meta, e abbiamo preso il tempo, per ricollegarci con la natura e con noi stessi. È in quei momenti, di sospensione, che ciò che hai imparato diventa davvero patrimonio personale.

3. Le idee non sono nulla senza le persone

Sono convinto che “C’è una cosa più forte di tutti gli eserciti del mondo, e questa è un’idea il cui momento è ormai giunto” (Victor Hugo) e ciò mi porta a dire che per l’idea che è alla base di RESTORE i tempi sono maturi. Se ne avevamo bisogno, la comunità di “like minded people” (una quarantina di persone è già una comunità) che si è riunita a Lancaster – la stragrande maggioranza senza essersi mai vista prima – è la prova che questa idea è già forte, c’è e risiede già nella testa di quei molti professionisti pronti a (cambiare) salvare il mondo.

Ma le idee esistono perché esistono le persone. E presto scompare ogni differenza tra docente e alunno, e tutto diventa un continuo workshop collettivo, di nuovo un viaggio insieme. Grazie Martin per lo sforzo enorme e generoso e grazie a Edeltraud, Dorin, Emanuele e a tutto il “team Lancashire”: Ann Vanner, Alison Watson, Joe Clancy, Jenni Barrett, Paul Clarke, Simon Thorpe, Ann Parker, Barbara Jones e naturalmente Elizabeth Calabrese e Amanda Sturgeon. È stato soprattutto un “dare”, gratuito, nel senso nobile del termine. E grazie ai trenta “agenti del cambiamento” , queste “best minds” da Croazia, Danimarca, Germania, Ungheria, Irlanda, Italia, Lituania, Macedonia, Portogallo, Regno Unito, Romania, Slovenia, Spagna. Sono loro i “restorer” del futuro prossimo. “Credici. E sei già a metà strada.

4. Prima la filosofia, poi la tecnica.

La prima training school di RESTORE aveva l’obiettivo di trasferire ad un primo gruppo di professionisti un nuovo paradigma della sostenibilità, sviluppato nel primo “pacchetto di lavoro” del progetto. L’approccio è stato quindi volutamente più sistemico che tecnico e tecnologico. “Moving beyond the state of the art: where do we want to be?” recita una delle domande introduttive al corso. Per questo è importante prima capire cosa vogliamo essere, dove vogliamo andare (parlo soprattutto del nuovo futuro dell’ambiente costruito che ci immaginiamo). Poi arriva il momento della tecnica e della tecnologia, dei metodi, delle pratiche. Le soluzioni ci sono, già oggi, dobbiamo renderle funzionali ad una visione.

5. Il genius loci

We shape our buildings; thereafter they shape us.” diceva Winston Churchill. C’è un percorso logico evolutivo che ci ha accompagnato dal primo all’ultimo giorno di questa settimana densa di ispirazione. Abbiamo vissuto, studiato, lavorato, mangiato e dormito in edifici, ci siamo mossi da un edificio all’altro. E questi edifici hanno “formato” il nostro modo di viverli. Ci ripenso, è stato un lungo elenco – lo Storey, (costruito per essere un luogo per l’istruzione scolastica nel 1898, ora è un centro per l’industria creativa); la Toll House Inn (splendida taverna dell’800), il castello di Lancaster (del 1100, è stato una prigione fino al 2011), il ristorante Water Whitch, i numerosi pub, ecc.. Poi, venerdì, come al termine di un’iniziazione, siamo usciti all’aperto (Brockholes e Cuerden Valley Park)  per riconnetterci con la natura. Abbiamo dovuto guadagnarcelo, questo incontro finale con l’ambiente che ci circonda. Sì, così ha un senso.

Cuerden Valley Park, Preston (UK)

RESTORE web site

La 1a RESTORE training school

Lo storytelling della training school a Lancaster

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Status: multi-tasking.

Siamo sicuri che il multi-tasking ci renda felici? Questa è la domanda dell’articolo di Federico Cella su Tempi Liberi del Corriere del 28.06.2014, che riporto di seguito integralmente. Forse non ci rende felici, ma la domanda di fondo è: è davvero pensabile un ritorno a ritmi più naturali? Anzi, il single-tasking si può definire davvero “naturale”? Secondo Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, fare molte cose contemporaneamente = bisogno di vivere più vite = sogno di immortalità. Ma d’altro canto, nell’attività quotidiana in azienda non è possibile concedersi il lusso di dedicare una persona ad una singola attività, secondo Matteo Esposito dell’agenzia di comunicazione Imille. Inoltre, le persone che si spostano da un’attività ad un’altra permettono una migliore circolazione delle idee. Ma non solo. C’è un pericoloso equivoco di fondo sulla capacità di sintesi di un ‘tweet’ e la profondità di pensiero. Se con il multi-tasking dedichiamo solo una parte di noi stessi a ciò che stiamo affrontando, siamo in grado poi di riguadagnare concentrazione quando affrontiamo questioni davvero importanti? Buona lettura.

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Foto intraprendere.net

La pentola è sul fuoco mentre dal tablet consultiamo una ricetta online, in attesa di giocare di nuovo a Candy Crush. Intanto l’acqua della doccia è bollente, la tv accesa in sottofondo, e sullo smartphone saltiamo tra l’app di Facebook e le email per vedere cosa accade di nuovo. Per completare il quadro, mandiamo un tweet che riassume il nostro stato d’animo. Un po’ stressato, probabilmente. Da quando Internet è entrata sotto varie forme nelle vita quotidiana, il numero di “cose da fare” è esploso e il multi-taskling, da definizione prettamente informatica legata alle capacità computazionali di eseguire più compiti contemporaneamente e non in sequenza, è diventato per osmosi uno stile di vita. E di lavoro. Secondo una definizione azzeccata, la vita imita la Rete: come su un browser apriamo, e teniamo aperte, una quantità sempre maggiore di “schede”, così nel quotidiano diamo vita ad attività contemporanee senza (spesso) concluderne neanche una. Non è solo un’abitudine a cui diventa sempre più difficile sottrarsi, ma spesso viene considerata una qualità. Al di là dello stress, e della stanchezza, siamo sicuri che si tratti di un buon modo di vivere e di lavorare? Nella patria del multi-tasking, gli Stati Uniti, sta riemergendo il valore del single-tasking, la capacità di fare una cosa alla volta. E di farla bene, perché tutta la nostra concentrazione è dedicata a quanto abbiamo davanti. Il che comporta una scelta, quella di dedicarsi alla cosa giusta al momento giusto, un modo di affrontare la vita definito “mindfulness”, con “piena presenza”.

2014_07_02 immagine 02Alcuni teorici del ritorno al passato, perché di questo si tratta, hanno sviluppato delle pratiche per indirizzarci sulla buona strada. Esercizi quotidiani, da mettere in pratica nel lavoro e nella vita, come quello di assegnare a ogni singolo compito sulla “to do list” un numero determinato di tempo. E quindi di rispettare questo lasso anche a fronte di interruzioni, da affrontare con ampi respiri, eventuali nuove priorità, e con la risoluzione di non rispondere al telefono ogni volta che squilla. Quando poi ci troviamo bloccati nello svolgere un’attività, evitiamo di passare a un’altra. Facciamo invece una passeggiata. Per poi tornare sulla questione, portandola a termine. Infine, quello che forse è il consiglio migliore: impariamo a delegare.

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Foto © Getty Images

Buone pratiche per tutti, ma che non rispondono alla domanda fondamentale: è davvero pensabile un ritorno a ritmi più naturali? Anzi, il single-tasking lo si può davvero definire naturale? Perché l’uomo cambia e secondo Claudio Mencacci la risposta alle due domande è un semplice (almeno questo) no. Il direttore del dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano definisce l’auspicato ritorno una provocazione. “Quello su cui ci ha messo Internet è un aereo che fila via veloce, e dal quale ormai non possiamo più scendere né tantomeno pensare che ci riporti indietro”, spiega lo psichiatra. E poi è appunto una questione di natura umana, “perché non si può non vedere come questa realtà di iper-rappresentazione del presente va a titillare il nostro bisogno di vivere più vite”. Fare molte cose contemporaneamente, anche diverse, di fatto dà una forma al sogno dell’immortalità.

South Korea Digital Addiction

Spostandoci sul versante professionale, il “fare la cosa giusta” continua per lo più a essere associato al “fare molte cose”. Anche se il multi-tasking spesso viene confuso con la multi-competenza. Ma soprattutto in periodo di coperte corte, non c’è spazio né risorse per fare sofismi. “Quando si tratta di finalizzare un progetto, poter essere tutti concentrati sull’unico obiettivo è fondamentale”, conferma Matteo Esposito, CEO di Imille, agenzia di comunicazione digitale di Milano. “Ma nell’attività quotidiana non è pensabile concedersi il lusso di dedicare una persona a una singola attività”. Il manager spiega che il multi-tasking ha anche vantaggi creativi: “Non si tratta solo di ottimizzare e di non perdere la capacità di rispondere time to market”, spiega Esposito. “Le persone che si spostano da un’attività all’altra permettono una migliore circolazione delle idee in azienda. E la continua connessione con i social network porta un vantaggio incalcolabile: la possibilità di accedere a una sorta di intelligenza collettiva”.

2014_07_02 immagine 05È pur vero che certi abiti professionali, ancora più stressati dalla maggior incidenza di lavoro precario, diventa sempre più difficile dismetterli quando si torna a casa. Con il rischio che la cena in famiglia, da rito in cui finalmente ci si ferma per fare – tutti insieme – la stessa cosa, diventi un ulteriore momento individuale di rapporto con lo schermo del proprio telefonino-tablet. Chi ci rimette, nell’epoca di Facebook, è proprio la capacità di relazione. E, nel tempo di Twitter, quella di astrazione. “C’è un pericoloso equivoco di fondo sulla capacità di sintesi di un Like o di un tweet e la profondità di pensiero”. L’avvertimento viene da Nicoletta Gandus, ex magistrato e attuale co-presidente della Casa delle Donne di Milano. “Se il multi-tasking implica che si dedichi solo una parte di sé in quello che stiamo affrontando, la questione non si limita solo a una battaglia contro lo stress”. Si tratta di una capacità di concentrazione da riguadagnare, almeno quando stiamo affrontando le cose davvero importanti della vita. “Quando i giudici si ritirano in Camera di Consiglio, l’obbligo assoluto è quello di spegnere il telefono”. Una chimera nella vita quotidiana. Ma lo si può prendere come spunto per tornare a privilegiare, almeno ogni tanto, la vera qualità rispetto alla sfrenata quantità.