Status: multi-tasking.

Siamo sicuri che il multi-tasking ci renda felici? Questa è la domanda dell’articolo di Federico Cella su Tempi Liberi del Corriere del 28.06.2014, che riporto di seguito integralmente. Forse non ci rende felici, ma la domanda di fondo è: è davvero pensabile un ritorno a ritmi più naturali? Anzi, il single-tasking si può definire davvero “naturale”? Secondo Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, fare molte cose contemporaneamente = bisogno di vivere più vite = sogno di immortalità. Ma d’altro canto, nell’attività quotidiana in azienda non è possibile concedersi il lusso di dedicare una persona ad una singola attività, secondo Matteo Esposito dell’agenzia di comunicazione Imille. Inoltre, le persone che si spostano da un’attività ad un’altra permettono una migliore circolazione delle idee. Ma non solo. C’è un pericoloso equivoco di fondo sulla capacità di sintesi di un ‘tweet’ e la profondità di pensiero. Se con il multi-tasking dedichiamo solo una parte di noi stessi a ciò che stiamo affrontando, siamo in grado poi di riguadagnare concentrazione quando affrontiamo questioni davvero importanti? Buona lettura.

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Foto intraprendere.net

La pentola è sul fuoco mentre dal tablet consultiamo una ricetta online, in attesa di giocare di nuovo a Candy Crush. Intanto l’acqua della doccia è bollente, la tv accesa in sottofondo, e sullo smartphone saltiamo tra l’app di Facebook e le email per vedere cosa accade di nuovo. Per completare il quadro, mandiamo un tweet che riassume il nostro stato d’animo. Un po’ stressato, probabilmente. Da quando Internet è entrata sotto varie forme nelle vita quotidiana, il numero di “cose da fare” è esploso e il multi-taskling, da definizione prettamente informatica legata alle capacità computazionali di eseguire più compiti contemporaneamente e non in sequenza, è diventato per osmosi uno stile di vita. E di lavoro. Secondo una definizione azzeccata, la vita imita la Rete: come su un browser apriamo, e teniamo aperte, una quantità sempre maggiore di “schede”, così nel quotidiano diamo vita ad attività contemporanee senza (spesso) concluderne neanche una. Non è solo un’abitudine a cui diventa sempre più difficile sottrarsi, ma spesso viene considerata una qualità. Al di là dello stress, e della stanchezza, siamo sicuri che si tratti di un buon modo di vivere e di lavorare? Nella patria del multi-tasking, gli Stati Uniti, sta riemergendo il valore del single-tasking, la capacità di fare una cosa alla volta. E di farla bene, perché tutta la nostra concentrazione è dedicata a quanto abbiamo davanti. Il che comporta una scelta, quella di dedicarsi alla cosa giusta al momento giusto, un modo di affrontare la vita definito “mindfulness”, con “piena presenza”.

2014_07_02 immagine 02Alcuni teorici del ritorno al passato, perché di questo si tratta, hanno sviluppato delle pratiche per indirizzarci sulla buona strada. Esercizi quotidiani, da mettere in pratica nel lavoro e nella vita, come quello di assegnare a ogni singolo compito sulla “to do list” un numero determinato di tempo. E quindi di rispettare questo lasso anche a fronte di interruzioni, da affrontare con ampi respiri, eventuali nuove priorità, e con la risoluzione di non rispondere al telefono ogni volta che squilla. Quando poi ci troviamo bloccati nello svolgere un’attività, evitiamo di passare a un’altra. Facciamo invece una passeggiata. Per poi tornare sulla questione, portandola a termine. Infine, quello che forse è il consiglio migliore: impariamo a delegare.

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Foto © Getty Images

Buone pratiche per tutti, ma che non rispondono alla domanda fondamentale: è davvero pensabile un ritorno a ritmi più naturali? Anzi, il single-tasking lo si può davvero definire naturale? Perché l’uomo cambia e secondo Claudio Mencacci la risposta alle due domande è un semplice (almeno questo) no. Il direttore del dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano definisce l’auspicato ritorno una provocazione. “Quello su cui ci ha messo Internet è un aereo che fila via veloce, e dal quale ormai non possiamo più scendere né tantomeno pensare che ci riporti indietro”, spiega lo psichiatra. E poi è appunto una questione di natura umana, “perché non si può non vedere come questa realtà di iper-rappresentazione del presente va a titillare il nostro bisogno di vivere più vite”. Fare molte cose contemporaneamente, anche diverse, di fatto dà una forma al sogno dell’immortalità.

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Spostandoci sul versante professionale, il “fare la cosa giusta” continua per lo più a essere associato al “fare molte cose”. Anche se il multi-tasking spesso viene confuso con la multi-competenza. Ma soprattutto in periodo di coperte corte, non c’è spazio né risorse per fare sofismi. “Quando si tratta di finalizzare un progetto, poter essere tutti concentrati sull’unico obiettivo è fondamentale”, conferma Matteo Esposito, CEO di Imille, agenzia di comunicazione digitale di Milano. “Ma nell’attività quotidiana non è pensabile concedersi il lusso di dedicare una persona a una singola attività”. Il manager spiega che il multi-tasking ha anche vantaggi creativi: “Non si tratta solo di ottimizzare e di non perdere la capacità di rispondere time to market”, spiega Esposito. “Le persone che si spostano da un’attività all’altra permettono una migliore circolazione delle idee in azienda. E la continua connessione con i social network porta un vantaggio incalcolabile: la possibilità di accedere a una sorta di intelligenza collettiva”.

2014_07_02 immagine 05È pur vero che certi abiti professionali, ancora più stressati dalla maggior incidenza di lavoro precario, diventa sempre più difficile dismetterli quando si torna a casa. Con il rischio che la cena in famiglia, da rito in cui finalmente ci si ferma per fare – tutti insieme – la stessa cosa, diventi un ulteriore momento individuale di rapporto con lo schermo del proprio telefonino-tablet. Chi ci rimette, nell’epoca di Facebook, è proprio la capacità di relazione. E, nel tempo di Twitter, quella di astrazione. “C’è un pericoloso equivoco di fondo sulla capacità di sintesi di un Like o di un tweet e la profondità di pensiero”. L’avvertimento viene da Nicoletta Gandus, ex magistrato e attuale co-presidente della Casa delle Donne di Milano. “Se il multi-tasking implica che si dedichi solo una parte di sé in quello che stiamo affrontando, la questione non si limita solo a una battaglia contro lo stress”. Si tratta di una capacità di concentrazione da riguadagnare, almeno quando stiamo affrontando le cose davvero importanti della vita. “Quando i giudici si ritirano in Camera di Consiglio, l’obbligo assoluto è quello di spegnere il telefono”. Una chimera nella vita quotidiana. Ma lo si può prendere come spunto per tornare a privilegiare, almeno ogni tanto, la vera qualità rispetto alla sfrenata quantità.

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