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Sustainability, Restorative to Regenerative.

An exploration in progressing a paradigm shift in built environment thinking, from sustainability to restorative sustainability and on to regenerative sustainability.

Do you want to explore the new frontiers of sustainability? From the work of the COST Action CA16114 RESTORE: REthinking Sustainability TOwards a Regenerative Economy, Working Group 1. Restorative Sustainability, here is our first booklet (downloadable for free). Enjoy 🙂

With contributions by Martin Brown, Edeltraud Haselsteiner, Diana Apró, Diana Kopeva, Egla Luca, Katri-Liisa Pulkkinen, Blerta Vula Rizvanolli and many others …

This publication, with contributions from over 20 EU countries is an exploration in progressing a paradigm shift in built environment thinking, from sustainability to restorative sustainability and on to regenerative sustainability.

It presents a reference document for future work of the RESTORE Action, for other Cost Actions and for built environment academia and industry organisations.

VanDusen Botanical Garden, Vancouver (CAN)

Summary

  • Introduction
  • Definitions – the Language for Sustainability
  • Social, Health and Participation in Sustainability
  • Living Buildings
  • Regenerative Heritage
  • Circular Economy
  • WG1 Activities
  • Epilogue
  • WG1 People

Portland Japanese Garden, Portland (OR, USA)

(From the Introduction by Martin Brown and Edeltraud Haselsteiner)

It is now some 30 years since Brundtland defined sustainable development, broadly defined as not doing anything today to compromise tomorrow’s generation, and in doing so defined sustainability for business and enterprises globally.
Many in the built environment have taken this passive ‘do nothing’ approach, as license to do the least possible. Consequently, we have and we continue to compromise future generations.
The built environment is a huge influencer on ‘sustainability’, we spend over 90% of our time working, living and playing within our buildings. Despite sustainability and corporate social responsibility initiatives it is irresponsible that we have generally failed to grasp our influence and to address the potential to move the needle on wider global sustainability and climate issues.
Buildings, and the manner in which we design, construct and maintain them have been a significant contributor to climate breakdown we are witnessing.

Restorative and regenerative approaches can flip this enabling buildings to become part of climate regeneration solutions.
Maybe sustainability is not a journey, but a state of equilibrium, based on giving as much as we take. On the negative side where we take more, we are unsustainable and no matter how much we reduce our impacts we will always remain unsustainable. On the positive side ‘to do more good‘ we open doors to
restore environments and communities, and to create and enable conditions for environmental, social and economic regenerative growth […].

We no longer have the luxury of just being less bad.” (RESTORE)

50 donne che cambiano il mondo. Gro Harlem Brundtland.

groharlembrundtlandgroot2Un bell’articolo di Alice Pace su Wired.it del 07.06.2013 ha fatto un elenco delle 50 donne che stanno cambiando il mondo. Ci sono nomi alquanto di moda in questo periodo, come Marissa Mayer (primo ingegnere donna ad essere assunto in Google, attuale numero uno di Yahoo!) e donne al vertice dello sviluppo in campo informatico, come Mitchell Baker (boss di Mozilla), . Ci sono donne che da pioniere hanno già di fatto cambiato il mondo, come Valentina TereÅ¡kova (la prima donna ad andare nello Spazio e a compiere una ‘passeggiata spaziale’), Eileen Collins (prima donna a comandare uno Shuttle), Junko Tabei (la prima sulla cima dell’Everest, nel 1975). Ci sono personalità coinvolte nella tutela dell’ambiente, come Lisa Jackson (ingegnere chimico a capo di EPA Environmental Protection Agency degli USA) e che hanno tracciato  la strada per cambiare in modo virtuoso l’evoluzione della nostra società, come Gro Harlem Brundtland.

Medico laureato a Oslo e con un Master ad Harvard, politico, è stata la prima donna a diventare primo ministro in Norvegia e per cinque anni (1998-2003) ha diretto l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Una classifica del 2004 pubblicata dal Financial Times l’ha vista al quarto posto tra gli Europei più influenti degli ultimi 25 anni. In ambito di sostenibilità il suo nome è legato alla Commissione mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo dell’ONU (1983, per l’Italia ne faceva parte Susanna Agnelli), che redige nel 1987 il cosiddetto rapporto Brundtland, dal titolo Our Common Future  che contiene una definizione di sviluppo sostenibile che coniuga le aspettative di benessere e di crescita economica con il rispetto dell’ambiente e la preservazione delle risorse naturali. ourcommonfutureLa novità del documento consiste nell’assunzione di trattare per la prima volta ambiente e sviluppo in un unico concetto. Il rapporto, frutto di un lavoro di circa 3 anni di catalogazione e sintesi di testimonianze di esperti da tutto il mondo provenienti dalle varie parti della società (governi, scienziati, centri di ricerca, organizzazioni non governative, ecc.), riconosce che la tutela ambientale non può prescindere dallo sviluppo sostenibile in termini di riduzione della povertà, parità tra i generi e ridistribuzione della ricchezza. Inoltre riconosce che lo sviluppo economico e industriale incontra dei limiti ambientali oggettivi che vanno rispettati. Secondo il rapporto Brundtland, con riferimento alla società, sostenibilità indica un ‘equilibrio fra il soddisfacimento delle esigenze presenti senza compromettere la possibilità delle future generazioni di sopperire alle proprie‘.

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Image: Wikipedia

Legato al lavoro della Commissione è il concetto di triple bottom line (abbreviato in 3BL) che fonda sui tre pilastri – sociale, ambientale ed economico (people, planet, profit – frase coniata da John Elkington nel 1995) – il sistema di valori per misurare la sostenibilità (la ‘contabilità ambientale’) delle scelte di sviluppo (privato o pubblico). E’ un concetto che sta alla base di diversi sistemi di certificazione ambientale (esempio: Fairtrade) e che però sta incontrando qualche. La formula sviluppo sostenibile è di per sé un ossimoro, per molti ambientalisti; lo sviluppo di per sé non può essere sostenibile, dato che erode le risorse ambientali.

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Image: Wikipedia

Una rappresentazione più corretta potrebbe essere allora quella che vede l’economia come sottosistema della società umana, che a sua volta è un sottosistema della biosfera e quindi dell’ambiente. In questo senso un guadagno in uno degli ambiti diventa una perdita in un altro. E’ un approccio che sembra essere più vicino a quello di The Natural Step, come raccontato da Karl-Henrik Robèrt nel breve video seguente (Beyond the line). L’economia come strumento al servizio della tutela dell’ambiente e dell’equità sociale.