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Selling a better future.

Elon Musk announcing Tesla’s new battery system.

2015_05_06-04 Powerwall

«I’ve watched a lot of handsomely paid CEOs get on stages for keynote presentations over the past decade – says T.C. Sottek, senior news editor at The Vergeand none were as good as the one I saw Elon Musk give Thursday (April 30, 2015) night in California as he introduced Tesla’s new battery system. I’m sure many people will disagree — I mean, how can you compete with Steve Jobs introducing the iPhone in 2007 — but ultimately Jobs was selling a better smartphone. Musk is selling a better future.»

2015_05_06-01 Elon MuskElon Musk è un imprenditore sudafricano naturalizzato statunitense. E’ conosciuto soprattutto per aver creato la Space Exploration Technologies (SpaceX), Tesla Motors e SolarCity. Ha inoltre co-fondato PayPal, il sistema di pagamento via internet più grande del mondo. Musk è il creatore della prima vettura sportiva elettrica dell’era moderna, la Tesla Roadster.

Appesa al muro di casa, Powerwall raccoglie energia solare e la conserva per erogarla quando ne abbiamo bisogno. Potrebbe essere l’inizio di una rivoluzione energetica. Per approfondire: vedi anche Così la batteria domestica di Tesla potrebbe cambiarci la vita (Wired, 05.05.2015).

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Una vittoria solare.

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Foto Mario Grimaudo, RhOME for denCity

Mi riferisco ovviamente a quella del team RhOME for denCity e dell’Università di Roma Tre, che ha vinto la competizione internazionale per case solari autosufficienti realizzate da team universitari, Solar Decathlon Europe conclusasi a Versailles sabato scorso. Nell’acronimo del team c’è già tutto: Roma, Home (a home for Rome), city e density, perché il prototipo realizzato dalla squadra italiana nasce per risolvere i problemi delle aree suburbane densamente popolate e degradate come quella di Tor Fiscale a Roma. Ne avevamo parlato con Mario Grimaudo, contest captain ed energy strategy manager del progetto, al TIS il 17 aprile scorso, in un evento tutto dedicato al Solar Decathlon passato, presente e futuro (in bocca al lupo per Roma Tor Vergata, l’anno prossimo in California).

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Mario Grimaudo, Roma Tre

Dopo il brillante terzo posto del Solar Decathlon 2012 a Madrid, Roma Tre è incoronata leader a Parigi, in un campionato davvero mondiale che la vede eccellere davanti a università di USA, Giappone, Francia, Svizzera, Cile, Messico, Germania, Taiwan, Spagna, Romania, Thailandia, Costa Rica, India, Olanda. Insomma, mancherebbero giusto Brasile e Argentina … Per non parlare delle più di cento partecipanti al concorso escluse dalla fase finale riservata ai migliori 20. Insomma, la qualità del costruire italiano sostenibile, efficiente e di tradizione architettonica, che vede, come nel 2012 una forte impronta altoatesina nel team. Se infatti il ‘software’ è romano, l’hardware è sudtirolese: struttura e involucro sono nati nello stabilimento Rubner di Chienes (Bz) (sponsor principale del progetto), l’impianto riscaldante è della Eurotherm di Appiano (Bz) socia del Cluster Edilizia del TIS innovation park. Architettura romana e know-how altoatesino nel DNA di questa casa in legno del futuro, che confidiamo faccia da volano, con questo risultato, per il nostro settore delle costruzioni evidenziando il risultato forse più importante. La potenzialità della collaborazione tra il settore produttivo e le nostre università è d’importanza strategica per lo sviluppo del nostro paese: le aziende hanno bisogno di fondare la ricerca su basi scientifiche, studenti e ricercatori hanno la necessità di uscire dal loro ambiente spesso troppo teorico e accademico, per confrontare le proprie idee concretizzando efficaci progetti d’innovazione, anche sociale (come questo).

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Foto Mario Grimaudo, RhOME for denCity

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Foto Mario Grimaudo, RhOME for denCity

Di seguito, il doveroso spazio all’articolo di Claudia Voltattorni sul Corriere della Sera del 15.07.2014, che dà risalto all’impresa di Chiara Tonelli e della squadra di cinquanta studenti, ricercatori e professori delle facoltà (Architettura, Ingegneria ed Economia) di Roma Tre che hanno conquistato il successo a Parigi.

ROMA – Per il primo festeggiamento l’ingegnere del progetto ha cucinato una gigantesca pasta all’amatriciana che nel pomeriggio di ieri è stata offerta a tutti i «decatleti» come merenda post olimpiadi. E qualcuno ha pure intonato: «Tonelli meglio di Prandelli». E magari non ha tutti i torti. Perché Chiara Tonelli, che insegna Tecnologia dell’architettura alla facoltà di Architettura dell’università Roma Tre, è anche la team leader di una squadra di 50, tra studenti, ricercatori e professori di Architettura, Ingegneria ed Economia di Roma Tre, che appena due giorni fa ha vinto il «Solar Decathlon Europe 2014», come dire i Mondiali di bioarchitettura.
Gli unici italiani ad essere stati selezionati tra centinaia di progetti in tutto il mondo e ad essere arrivati alla finale a Versailles. I primi tra 20 squadre di università da Stati Uniti, Giappone, Francia, Svizzera, Cile, Messico, Germania, Taiwan, Spagna, Romania, Thailandia, Costa Rica, India, Olanda che tutte insieme in poco meno di un mese hanno realizzato a due passi dalla reggia del Re Sole una «Cité du Soleil», piccolo villaggio solare con 20 prototipi di eco-abitazioni. Sono state poi giudicate in 10 prove diverse. E «RhOME for denCity» ha vinto.

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Foto Mario Grimaudo, RhOME for denCity

Una casa per Roma

«Ho pianto come un bambino quando abbiamo sentito che il primo posto era il nostro, ho pianto sul palco perché ho pensato che l’Italia, la nostra Università, Roma hanno dimostrato che le idee grandi vincono e sono stato orgoglioso di tutto il lavoro fatto». E ha pianto Ugo Carusi, project engineer 28enne (lo chef dell’amatriciana), perché per lui «RhOME» è più di un prototipo premiato, «è un sogno, un’idea, una passione che seguo da un anno e mezzo da ricercatore del tutto volontario (l’università non ha soldi): vorrei che tutti i nostri concittadini potessero vederla e festeggiassero con noi».
«RhOME significa “A home for Rome» (“Una casa per Roma”) – sorride Chiara Tonelli -: è stata pensata per Roma, per il parco di Tor Fiscale, con la sua baraccopoli e i suoi monumenti, ma è replicabile e trasportabile in tutte quelle realtà urbane di periferia oggi abbandonate e degradate». La casetta rossa ricoperta di legno che gli italiani del gruppo semplicemente chiamano «La Casa» in realtà è un concentrato di efficienza energetica, innovazione, sostenibilità, design. E bellezza. Sessanta metri quadrati più due loggette esterne fatte di materiali ecocompatibili, ispirati al massimo del risparmio energetico, ma anche dei consumi, per produrre più energia di quanta se ne usi, seguendo il principio delle 5 R: rigenerazione urbana, relazione tra cittadini, rapidità di costruzione, riduzione di impatto ambientale, riuso.

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Foto Mario Grimaudo, RhOME for denCity

L’edificio nel container

Prima di arrivare a Parigi, per 4 mesi è stata a Casteldarne, Alto Adige, dove è stata testata. Poi è stata smontata pezzo per pezzo, caricata su un treno e portata a Versailles: «Anche qui il minimo impatto ambientale – dice Tonelli -: è un edificio concepito per entrare nei container dei treni merci». È stata ricostruita in una settimana. «Una casa di quel tipo costa 1.032 euro al metro quadro, inclusi gli arredi fissi – continua la team leader -: sarebbe perfetta come casa popolare e per Roma soprattutto». Ma nessuno delle istituzioni locali e nazionali se n’è accorto. A Versailles non si è visto nessuno del Comune di Roma, «peccato – dice Tonelli – perché il sindaco Ignazio Marino sarebbe il nostro primo interlocutore». Invece gli americani, che del Solar Decathlon sono gli inventori (con il Dipartimento di energia del governo) hanno lodato molto il gruppo italiano.
Ora la casetta rossa tornerà in patria. Dove? Non all’università Roma Tre, «ci hanno bloccato per motivi burocratici», racconta Tonelli. Il suo luogo naturale sarebbe nel parco di Tor Fiscale, come primo passo per la riqualificazione. Ma per non farla finire smontata e dimenticata in qualche magazzino, il principale sponsor del progetto, l’azienda di case in legno Rubner di Chienes (Bolzano), ha già pronto un grande spazio dove la metterà in bella mostra.

[ Claudia Voltattorni © Corriere della Sera, 15.07.2014]

Solar Decathlon. The event.

Il primo evento in Italia che mette a confronto i vincitori austriaci del Solar Decathlon 2013 (LISI) con il team MED in Italy, terzo al SD 2012 e con i progetti italiani per il SD 2014 e il SD 2015 | The first event in Italy that brings together the Austrian winners of the Solar Decathlon 2013 (LISI), MED in Italy, ranked third at SD 2012 and the Italian projects for SD 2014 and SD 2015.

Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti con il Solar Decathlon mette le squadre universitarie di fronte alla sfida di progettare, costruire e far funzionare case a energia solare che siano a basso costo, energeticamente efficienti, e attraenti dal punto di vista architettonico. Le 20 squadre, scelte dopo una lunga selezione, spendono quasi due anni per creare case in grado di competere in 10 gare: architettura, marketing, ingegneria, comunicazione, affidabilità, comfort, acqua calda, impianti, vivibilità e bilancio energetico.

Ogni anno il Solar Decathlon si propone quindi come una vera e propria fucina di soluzioni innovative per le costruzioni. L’evento al TIS mette a confronto le esperienze di progetti eccellenti che al Solar Decathlon si sono particolarmente distinti: LISI (Team Austria), vincitore del SD a Irvine (California) nel 2013 e MED in Italy (Team Italia) terzo classificato al SD di Madrid nel 2012, oltre a presentare la partecipazione dei progetti italiani RhOME for denCity (Parigi, 2014) e STILE (Irvine, 2015). Un’occasione imperdibile per condividere la loro fantastica esperienza e confrontarsi sugli aspetti innovativi che emergono in questa competizione unica al mondo.

Relatori: Arch. David Calas (LISI, Technische Universität Wien), Arch. Mario Grimaudo (MED in Italy e RhOME for denCity, Università degli Studi Roma Tre), Arch. Stefania Rossi (STILE, Università di Roma Tor Vergata).

Save the date: 17.04.2014 ore 14:30-17:30 @ TIS innovation park Bolzano

Programma e iscrizioni

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Mit Solar Decathlon bietet das US Department of Energy den Hochschulteams die Herausforderung, Solarhäuser zu entwerfen, bauen und betreiben, welche kostengünstig, energieeffizient und aus architektonischer Sicht attraktiv sind. Die nach einem langen Auswahlprozess ausgewählten 20 Mannschaften haben fast zwei Jahre Zeit, um Häuser zu erstellen, die in 10 Wettkämpfen konkurrieren: Architektur, Marketing, Technik, Kommunikation, Zuverlässigkeit, Komfort, Warmwassersysteme, Lebensqualität und Energiebilanz.

Jedes Jahr stellt Solar Decathlon eine echte Werkstatt für innovative Lösungen in der Bauwirtschaft dar. Bei der Veranstaltung beim TIS werden die Erfahrungen der ausgezeichneten Projekte verglichen: LISI (Team Österreich), Gewinner des SD in Irvine (Kalifornien) im Jahr 2013 und MED in Italy (Team Italien) dritter Platz des SD Madrid im Jahr 2012. Dazu werden die italienischen Projekte vorgestellt, welche bei den nächsten Wettkämpfen mitmachen: Rhome for denCity (Paris, 2014) und STILE (Irvine, 2015). Eine wunderbare Gelegenheit, diese Erfahrungen zu teilen und innovative Aspekte, die bei diesem weltweit berühmten Wettbewerb entstehen, zu diskutieren.

Referenten: Arch. David Calas (LISI, Technische Universität Wien), Arch. Mario Grimaudo (MED in Italy e RhOME for denCity, Università degli Studi Roma Tre), Arch. Stefania Rossi (STILE, Università di Roma Tor Vergata).

Save the date: 17.04.2014, 14.30-17.30 Uhr @ TIS innovation park Bozen.

Programm und Anmeldung

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Troppe illusioni sull’innovazione.

Perché resiste il mito neostatalista. Riporto L’articolo integrale di Gian Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 03.02.2013. La politica industriale dirigista che accompagnò il ‘boom’ economico del dopoguerra è ormai superata. Non basta emulare l’utilizzo delle tecnologie altrui, bisogna puntare sull’innovazione. Lo Stato e la politica sono davvero capaci di individuare e scommettere sulle imprese veramente innovative? Non è meglio che si concentrino sul rafforzamento delle eccellenze universitarie e sulla creazione di un ecosistema industriale effervescente, flessibile e svincolato dall’immobilismo bancario?

Le scorciatoie sono pericolose: non solo in montagna, anche nella politica economica. L’ansia di accorciare i tempi che intercorrono fra il momento in cui una riforma è approvata e quando essa si traduce in maggior crescita può far commettere gravi errori. Un esempio: qualche anno fa, per favorire gli investimenti in energie rinnovabili si decise di sussidiare l’installazione di pannelli solari. Per far presto furono concessi incentivi che oggi, a pannelli installati, si traducono in una rendita di circa 11 miliardi di euro l’anno: li pagano tutte le famiglie nella bolletta elettrica e vanno a poche migliaia di fortunati. Non solo si è creata un’enorme rendita che durerà per almeno un ventennio: si è favorita una tecnologia che a distanza di pochi anni è già vecchia. Oggi l’energia solare si può catturare semplicemente usando una pittura sul tetto, con costi e impatto ambientale molto minori. Ma i nostri pannelli rimarranno lì per vent’anni e nessuno si è chiesto quanto costerà e che effetti ambientali produrrà la loro eliminazione.

2013_02_04 immagine 02Un altro esempio di scorciatoie pericolose è la politica industriale dirigista. Scrive il Pd: «La liberalizzazione dei mercati non è sufficiente. Il contrasto alle rendite, le privatizzazioni, gli abbattimenti fiscali possono favorire innovazione e competitività ma ci lasceranno con un lavoro fatto a metà. È necessario ripensare le linee strategiche e gli strumenti della politica industriale. L’illusione che sia il mercato a far crescere l’economia ci sta portando a sbattere. La risposta spontanea delle imprese (alla globalizzazione) è insufficiente». (Partito democratico, Per una politica industriale sostenibile , giugno 2012). Neppure il governo Monti ha saputo resistere alle sirene dell’intervento pubblico. Nel breve arco di un anno ha usato il risparmio postale, che è una grande risorsa, per attuare, attraverso la Cassa depositi e prestiti, una politica industriale discutibile. La Cassa oggi possiede – oltre a un Fondo che dovrebbe selezionare e investire in imprese «strategiche» – le reti elettriche e del gas, sta acquistando la rete a banda larga, controlla Fintecna e Sace, ha partecipazioni importanti in Enel, Eni, Poste, Assicurazioni Generali. Un tempo con il risparmio postale la Cassa concedeva mutui ai Comuni per migliorare gli edifici scolastici.

2013_02_04 immagine 01Nel Dopoguerra, fra il 1945 e la metà degli anni Settanta, la politica industriale fu un elemento essenziale della nostra rinascita economica. L’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri), l’attore centrale di quel periodo, fu preso ad esempio da molti Paesi in via di sviluppo, in particolare dal Giappone. Negli anni Sessanta l’Iri, come il Miti (Ministero del Commercio internazionale e dell’Industria) giapponese, erano parte di un sistema finanziario incentrato sulle banche, su relazioni stabili fra banchieri e imprenditori (si pensi al rapporto fra Enrico Cuccia e Giovanni Agnelli), scarso avvicendamento dei manager (Vittorio Valletta guidò la Fiat per un ventennio) e un ampio intervento dello Stato nell’economia.

Ma erano tempi molto diversi. Italia e Giappone erano agli inizi della loro esperienza industriale. Non era necessario inventare cose nuove, bastava importare tecnologia dagli Stati Uniti e riprodurla, possibilmente facendo meglio di chi l’aveva inventata. Fu così in Italia per l’acciaio: l’impianto siderurgico di Taranto fu copiato dalle acciaierie texane di Houston, ma quando fu terminato suscitò l’ammirazione degli americani. Lo stesso accadde alla Toyota e all’elettronica giapponese.

Oggi crescere per imitazione non è più possibile perché siamo troppo vicini alla frontiera tecnologica. Oggi si cresce innovando, non imitando. La crescita oggi richiede innovazione e per innovare la politica industriale che tanto successo ebbe nel Dopoguerra non funziona.

2013_02_04 immagine 03Ovvero non può funzionare l’illusione che lo Stato e la politica siano in grado di individuare i settori e le imprese che avranno successo. L’innovazione è per definizione imprevedibile. Vi immaginate quattro funzionari dell’Iri in un garage che si inventano Apple? O un giovane impiegato dell’Iri che inventa Facebook? Affidereste allo Stato la scelta del tipo di robotica su cui puntare? Quello di cui abbiamo bisogno sono università eccellenti, la capacità di trattenere e attrarre i cervelli migliori, e una dose massiccia di «distruzione creativa», cioè un ambiente dove le vecchie imprese chiudono rapidamente e possono essere sostituite da aziende nuove, perché è in queste che più facilmente nascono le idee e si creano nuovi prodotti. Per questo è necessaria grande flessibilità. Innanzitutto un mercato finanziario e un mercato flessibile del controllo proprietario delle aziende, in cui non si incrostino gruppi di potere inamovibili. Il contrario di ciò che funzionava 50 anni fa. Oggi le imprese italiane dipendono troppo dal credito bancario: non era un problema 50 anni fa, lo è oggi. Molte imprese familiari beneficerebbero dal quotarsi in Borsa affidando il controllo a manager esterni. E serve un welfare che consenta la riallocazione del lavoro, proteggendo i lavoratori, non i posti di lavoro. Il contrario della cassa integrazione.

L’Italia degli anni Cinquanta era un Paese «emergente» lontano dalla frontiera tecnologica. Bastavano grandi imprese pubbliche che copiassero quello che altri facevano. Oggi l’Italia è un Paese alla frontiera della tecnologia. In questo mondo per crescere servono creatività e flessibilità, non una politica industriale che affida le scelte allo Stato.

[Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, Corriere della Sera 03.02.2013]