Michele Ferrero.

Il magnate che parlava in dialetto.

La scomparsa di Michele Ferrero (1925-2015) il “paron” della Ferrero, è commemorata sul sito aziendale da un suo primo piano ed un ringraziamento «Siamo fieri di te. Grazie Michele». E’ un pensiero toccante e bello, così come ho trovato bellissimo l’articolo di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera di domenica 15.02.2015, che suggerisco di leggere tutto d’un fiato. Ciò che non conoscevo, è il Ferrero-pensiero, espresso tutto rigorosamente in dialetto delle Langhe. Ecco, dal racconto di Cazzullo, alcune citazioni irresistibili di un visionario ancorato alla tradizione del territorio, lavoratore instancabile:

2015_02_20-01 Ferrero

  • Per indicare una persona di buon comando ma poco creativa, diceva: «Chiel lì è mac bun a fé le comisiun», quello è capace solo di fare le commissioni, di eseguire il compito che gli è stato affidato.
  • Quando trovava una persona estrosa ma non del tutto affidabile, lo definiva «’n artista»; «chiel lì bat i querc», quello lì batte i coperchi, indicava invece che la sregolatezza prevaleva sul genio
  • Ragioniere, rifiutava le lauree honoris causa, rispondendo che «basta il buon senso». In privato era anche più severo: «Mi raccomando, pochi laureati»; «pì a studiu, pì ven stupid», più studiano più diventano stupidi.
  • 2015_02_20-01 NutellaUn’altra frase ricorrente era «vag ’n chimica», vado nei laboratori, dove faceva notte in camice bianco con i collaboratori più stretti ad assaggiare cioccolato e a provare decine di varianti.
  • Seguiva di persona ogni cambiamento nella formula della Nutella. «Ricordatevi: ca piasa a madama Valeria», che piaccia alla signora Valeria, simbolo della casalinga media.
  • Alla fine affidava ai suoi uomini un pacchettino con le diverse varianti: «Ca lu fasa tasté a sua fumna», lo faccia assaggiare a sua moglie.
  • «Sono socialista, ma il mio socialismo lo faccio io»
  • Nelle cerimonie il suo discorso consisteva in due parole: «Tanti auguri» …

Ottima inoltre la sintesi di Dario Di Vico sul modello di business che ha fatto la fortuna del marchio forse più affidabile del mondo. Per Di Vico «Michele Ferrero era un innovatore e non un nostalgico. Lo tradiremmo, quindi, se interpretassimo la sua scomparsa a senso unico, come un ennesimo episodio dell’irreversibile declino della tradizione industriale italiana». Ecco l’articolo di Di Vico sullo stesso Corriere e su Tumblr.

2015_02_20-03 KinderLa Ferrero ha tutte le caratteristiche delle nostre multinazionali tascabili: forte capacità nell’export, cura maniacale del prodotto e grande legame con il territorio. I numeri però — 8,4 miliardi euro di ricavi e 30 mila dipendenti nel mondo — ci dicono che le dimensioni sono andate ben oltre la tasca e la crescita è continuata anche nei duri anni della Grande Crisi.

2015_02_20-04 RocherLa fortuna industriale della Ferrero è stata costruita da Michele attorno all’innovazione di prodotto, a una presenza pubblicitaria tambureggiante, all’utilizzo del canale commerciale dei supermercati e a una strategia di prezzo mai esosa. Per riuscire a tenere in equilibrio qualità e prezzo sono necessari grossi volumi di vendita e i Ferrero ci sono sempre riusciti. In caso contrario meglio cancellare una novità che accontentarsi di una nicchia di mercato. Da quando a guidare il gruppo è Giovanni Ferrero il baricentro decisionale si è spostato ancora di più tra Bruxelles e il Lussemburgo, dove è domiciliata la holding. Ad Alba ci sono il più grande stabilimento e i laboratori di ricerca/sviluppo e il radicamento è sempre fortissimo. I pullman passano ancora a prendere gli operai nei paesi limitrofi per portarli in fabbrica e tra gli stagionali ci sono ancora contadini che si dividono tra gli otto mesi in produzione e il resto nei campi.

2015_02_20-05 Ferrero

Il rapporto con i dipendenti è stato un altro dei fattori di successo del gruppo: scarsa intermediazione sindacale, contratti integrativi generosi e un welfare aziendale premuroso. L’ultimo premio erogato ai dipendenti è stato di 6 mila euro per tre anni, una cifra che nell’Italia della cassa integrazione ha fatto notizia. L’attenzione alla qualità del prodotto ha fatto sì anche che non venissero mai meno gli investimenti. Dal punto di vista societario il gruppo ha sempre puntato alla crescita interna ed è stato restio a prendere in esame aggregazioni o lo sbarco in Borsa. Quando sono stati tirati in ballo per formare cordate italiane (vedi Parmalat) i Ferrero si sono sempre defilati. Le cronache finanziarie hanno anche riferito di tentativi di acquisto da parte di multinazionali europee e non, ma il gruppo non le ha mai veramente preso in seria considerazione. Del resto le cose van bene. Gli ultimi dati sulla holding lussemburghese (bilancio 2013-14) parlano di profitti raddoppiati in un solo anno da 357 a 827 milioni e di una maxi-cedola di 800 milioni erogata agli azionisti. La scomparsa di Michele muterà questo quadro? È difficile dirlo ma ci sono tutte le condizioni perché Giovanni possa disegnare il futuro senza particolari pressioni. [Dario Di Vico, Corriere della Sera 15.02.2015]

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