E’ il project management, bellezza.

Da infarto, ma è andata. Racconta della consegna di EXPO 2015, Gian Antonio Stella, nell’articolo del Corriere della Sera del 03.05.2015, che riporto di seguito. Il senso dell’articolo è: ma perché dobbiamo ridurci sempre all’ultimo con le grandi opere, e non riusciamo a gestire questi progetti ciclopici con una relativa tranquillità? Ancora una volta per il rotto della cuffia, pare, ma ce l’abbiamo fatta e come spesso accade di recente, una parte del paese dà dei “rosiconi” a coloro che evidentemente prima erano anche dei “gufi” (altro insopportabile tormentone) perché nutrivano dei dubbi sulla riuscita.

2015_05_13-03 EXPO2015

Il potere delle scadenze

Non c’è come fissare “politicamente” una data (quindi, di fatto, un obiettivo) per mettere in moto la macchina. Il termine inglese “deadline” è ancora più efficace. Consegnare l’opera per tempo o “morire”. La presidente dell’ente provinciale dell’edilizia sociale di Bolzano mi raccontò una volta questa storiella. Ogni volta che veniva completato un progetto di edilizia sociale veniva chiamata, in virtù del suo ruolo, alla cerimonia di consegna delle chiavi ai futuri assegnatari. Soleva chiedere «Quando è prevista la cerimonia di consegna delle chiavi?», ovvero quando sarà ultimato il cantiere? Ma in tutti i progetti questa data, al termine dei lavori, veniva spostata più volte, con evidente insofferenza della presidente stessa. Al che iniziò a fissare queste date personalmente, comunicandole ai suoi collaboratori senza diritto di replica; e di colpo, tutti i cantieri cominciarono ad essere consegnati puntualmente. Un espediente “politico” che modificò stabilmente un mal costume consolidato.

2015_05_13-01 Bianconiglio

“E’ tardi, è tardissimo!!”

Insomma, le date di consegna sono fondamentali, perché impongono di pianificare, a ritroso, tutta la programmazione dei lavori necessaria per rispettare le date stesse; e quindi distribuire le risorse e stabilire la relazione tra le varie attività, in modo da conseguire il risultato previsto. Tempi, costi e qualità dell’opera da realizzare sono notoriamente i tre lati del triangolo del project management, i tre fattori in antitesi (tempi stretti e costi ridotti potrebbero inficiare la qualità e via dicendo per le altre combinazioni) che il project manager cerca di combinare correttamente. Ma tornando ad EXPO, la data di consegna è un elemento ovvio, e ovviamente il progetto deve essere completato entro quella data. I trionfalismi per l’apertura di EXPO 2015 nei tempi stabiliti sono fuori luogo, perché è normale che un’opera venga consegnata nei tempi. Di questo si occupa il project management! Piuttosto, ci sarebbe da stupirsi se non fosse così, sarebbe l’eccezione che conferma la regola (e a volte ahimè, accade).

Si fa presto a dire «Finito!»

Va bene, il cantiere di EXPO è finito e completato. Ma siamo sicuri che sia davvero finito? Non entrerò nei dettagli più di tanto, anche perché non ho ancora visitato EXPO e non valuto ciò che non ho osservato sul posto. Ma la sensazione generale che si percepisce dai media è che ci sia ancora parecchio da fare. Insomma, non siamo al 100% di avanzamento del progetto, come convenzionalmente si stabilisce per un progetto che, appunto, è stato completato. A quanto siamo? 80%? 90%? 95%? 99%? E cosa vuol dire 100%? E chi valuta se è il 100%? Appunto, bisogna intendersi, e inoltre il diavolo si cela nei dettagli, ovvero – tutto ma proprio tutto è funzionante come previsto?

Perché 100% vuol dire: avere ultimato tutti i lavori previsti dal progetto, aver collaudato tutte le opere, avere fatto tutto il “commissioning” degli impianti, dei macchinari, delle forniture, tecnico e documentale. E’ un concetto simile a quando attracco una nave in un porto e ho diverse manovre, procedure da eseguire, nonché documenti da consegnare a fronte di una serie di richieste ed autorizzazioni. Ma non solo, devo anche aver fatto un periodo di rodaggio (ricordate come si faceva con le autovetture nuove?) che mi serve per verificare come l’opera si comporti in condizioni di esercizio, che sono diverse da quelle teoriche stabilite a tavolino nella progettazione. Una fase che non è puntuale ma è un vero e proprio periodo che presenta tutta una serie di difficoltà tali da essere studiato come una vera e propria parte distinta e peculiare di un progetto (close-out) alla stessa stregua della fase di avviamento (start-up).

Nel caso di EXPO, l’importo complessivo delle sole opere al netto dei ribassi si attestava sui 620 milioni €, da eseguire in circa 23 mesi; mediamente le opere sono iniziate a settembre 2013 e dovevano finire al più tardi – parlo delle “vie d’acqua”, non dell’area espositiva, che doveva essere ultimata entro il 1° di maggio – entro ferragosto. Una dimensione di progetto del tutto analoga alla costruzione a Pero-Rho della Nuova Fiera di Milano, inaugurata con successo nel 2005, dopo la realizzazione di 630 milioni € (dell’epoca) di lavori in 21 mesi (una produzione di 30 milioni € al mese). Una “best-practice” che ricordo bene perché ad interrogarmi all’esame per diventare PM certificato IPMA nel luglio 2006 era stato proprio Maurizio Alessandro, allora direttore di Sistema Sviluppo Fiera e project manager dell’intervento.

2015_05_13-04 Fiera Milano

Fiera Milano (Rho-Pero)

“Controllare la merce in contrassegno”

Tempi, costi e qualità dicevo prima. Quando parliamo di qualità intendiamo non una qualità generica o intrinseca dell’opera o un livello di perizia di esecuzione. Intendiamo “semplicemente” l’insieme di caratteristiche, prestazioni, dimensione, articolazione delle opere stabilite contrattualmente tra le parti, diciamo in questo caso la società Expo, da una parte, e i “general contractor” dall’altra. Il sito di EXPO è molto trasparente in tal senso; nella sezione Open EXPO riporta tutti i dati sui lavori appaltati, eseguiti ed in corso di esecuzione. Su 20 cantieri previsti (parliamo solo di quelli gestiti direttamente dalla società Expo 2015 S.p.A., non quindi tutti gli altri padiglioni esteri) solo 4 risultano ultimati secondo la società, alla data dell’08.05.2015.

L’importo complessivo dei lavori a budget era di circa 800 milioni di €, che tra ribassi e varianti, sono diventati circa 620 milioni. La sola “piastra”, ad esempio, è passata da un importo a base d’asta di 313 milioni a 199 milioni. Le cosiddette “vie d’acqua” sono passate da 113 a 91 milioni. Insomma, non sembra che l’importo delle opere sia lievitato, ma si ha però la sensazione che i minori costi siano stati accompagnati da una sensibile riduzione della complessità delle opere, rispetto a quanto previsto nel progetto iniziale. In altre parole, se riduco l’importo con il quale devo compensare l’impresa, ma dall’altra parte modifico notevolmente il progetto per semplificare la vita all’impresa stessa, rispetto a quanto avevo previsto nel contratto, magari per venirle incontro in modo che recuperi i ritardi iniziali che io, come amministrazione pubblica, ho procurato, chi ha fatto l’affare? … In definitiva devo controllare al meglio ciò che le imprese hanno realizzato e mi consegnano, avendo come riferimento quanto era previsto nel contratto iniziale. E ovviamente queste procedure, se il cantiere sta correndo a perdifiato per rispettare le scadenze di cui sopra, diventano ancor più complicate. Ecco di seguito l’articolo di Gian Antonio Stella.

2015_05_13-02 Vie d'acqua

Un successo, sì, ma basta rincorse da ultima notte

Da infarto, ma è andata. E hanno buonissime ragioni, tutti i protagonisti del «prodigio», da Giuseppe Sala a Matteo Renzi a tutti gli altri, a ironizzare sui «rosiconi». Ovvero tutti quelli che avevano scommesso che l’obiettivo della «data catenaccio» sarebbe stato mancato. Qualche pannello è ancora fuori posto, qualche portone resta chiuso, qualche martello continua a battere di notte per gli ultimi ritocchi? Dettagli. È andata. Ma sarebbe un delitto se dai patemi d’animo di questi anni e dagli affannati formicolii notturni di queste settimane non traessimo una lezione: basta con le date catenaccio.

È bella, l’Expo 2015. Bellissimi alcuni padiglioni, dalle gole desertiche degli Emirati Arabi al «Vaso luna» della Corea, dall’alveare britannico alle suggestioni del bosco austriaco… Per non dire dell’Albero della vita e del padiglione Italia. Dove bastano le sale sospese tra il patrimonio d’arte del passato e la potenza espressiva delle nuove tecnologie a togliere il fiato non solo agli stranieri ma anche agli italiani. Una meraviglia.

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Padiglione Italia (struttura: Stahlbau Pichler)

Certo, sapevamo dall’inizio, come ha spiegato Marco Del Corona, di non poter competere sui numeri con il gigantismo di Shanghai 2010: 192 Paesi, 530 ettari occupati (cinque volte più che a Rho), 73 milioni di visitatori, 4,2 miliardi di euro di investimenti diretti più 45 in opere infrastrutturali tra cui due nuovi terminal aeroportuali di cui uno da 260 mila passeggeri al giorno e tre nuove linee metro, fino a portare la rete cittadina a 420 chilometri con 269 stazioni. Troppo, per noi.
Eppure, a dispetto di tutti gli errori, i ritardi e gli incubi di questi anni, la città è riuscita a dimostrare di essere in grado di recuperare, puntando su altri valori e su una maggiore coerenza, quello spirito che a lungo la fece vedere a milioni di italiani come la vedeva il nonno di Indro Montanelli: «Per lui, Milano era la cattedrale innalzata dall’ homo faber alla Tecnica e al Progresso». L’unica città italiana, avrebbe ribadito Guido Piovene, «in cui non si chiami cultura solo quella umanistica».

Proprio perché lo sforzo enorme speso nella rimonta ha avuto successo, successo peraltro da confermare giorno dopo giorno nei prossimi sei mesi, sarebbe sbagliato rimuovere oggi gli errori, i ritardi e gli incubi di cui dicevamo. Se era suicida «gufare» contro la riuscita d’un evento planetario dove non erano in ballo la faccia della Moratti o Berlusconi, di Prodi o Renzi, ma la faccia dell’Italia, non meno suicida sarebbe brindare oggi a questo debutto rimuovendo i problemi evidenziati dal 2007 ad oggi. La litigiosità degli amministratori intorno agli uomini da scegliere, più o meno vicini a questa o quella bottega. La paralisi di tre interminabili anni prima che la macchina organizzativa si mettesse davvero in moto. L’ombra di contaminazioni tra il mondo della cattiva imprenditoria e della cattiva politica. Le mazzette. La corruzione. «Mai più date catenaccio»: questo dovrebbe essere l’obiettivo di chi ha a cuore l’Italia dopo aver portato a casa l’incontestabile successo del 1° maggio, solo parzialmente sfregiato dagli incidenti dei teppisti black bloc.

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Padiglione CocaCola (struttura: LignoAlp)

Spiegava anni fa Gianni De Michelis, ai tempi in cui si batteva perché l’Expo 2000 fosse fatta a Venezia tra padiglioni galleggianti, giochi d’acqua e hovercraft dall’aspetto di tappeti volanti: «Primo: sappiamo che ci sono delle cose da fare per non essere tagliati fuori dai grandi processi d’integrazione. Secondo: sappiamo che questo è un Paese paralizzato dalla burocrazia, dai veti incrociati, dalla cultura del rinvio. Terzo: sappiamo che occorre uscire da questa paralisi. Dunque occorre una data-catenaccio che ci costringa a fare le cose nei tempi stabiliti». Uno dopo l’altro.

E ci è andata sempre «quasi» bene. I Mondiali del ‘90, sia pure spendendo per gli stadi l’83% e per le infrastrutture il 93% più del previsto e pur essendo da completare, a campionati finiti, il 39% delle opere. Le Colombiadi di Genova del ‘92, sia pure costruendo ad esempio un sottopasso più basso rispetto al progetto col risultato che non passavano i camion ed i pullman. E poi i Mondiali di ciclismo e i campionati planetari di nuoto e il Giubileo del 2000, atteso da secoli come un appuntamento scontato eppure segnato, ancora una volta, da anni di melina burocratica fino alla febbricitante rincorsa finale… Il tutto accompagnato quasi sempre da inchieste giudiziarie, accertamenti di lavori troppo frettolosi, scoperte di scandali, affari sporchi, processi, strutture costosissime abbandonate alle erbacce… Senza alcun progetto per il «dopo».

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Spazio Alto Adige @ EXPO 2015 (progetto Manuel Benedikter)

Perché questo, troppo spesso, è stato il meccanismo infernale delle «date catenaccio». La scelta, da parte della cattiva politica e della cattiva imprenditoria, di non muoversi mai per tempo. Come nei Paesi seri. Ma di «rassegnarsi» allo scorrere dei mesi e degli anni fino all’arrivo fatidico del gong: aiuto, emergenza! Nel nome della quale, Dio non voglia anche stavolta, è stato giustificato tutto. Fino all’assurdità: lo Stato che aggira le regole dello Stato perché incapace di cambiare le proprie leggi.

È giusto che un grande Paese si dia obiettivi ambiziosi. Compreso quello, ad esempio, delle Olimpiadi. Che potrebbero essere, andasse bene l’Expo, il nostro prossimo appuntamento con la ribalta mondiale. Ma per favore: basta rincorse all’ultimo momento e pezzi di cornicione provvisoriamente attaccati con lo scotch. La «#svolta buona» dovrebbe essere, per un Paese straordinario ma un po’ matto come il nostro, lavorare giorno dopo giorno dopo giorno dopo giorno… [Gian Antonio Stella © Corriere della Sera 03.05.2015]

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