Vivere da Starbucks.

2014_06_18 immagine 01Starbucks ci ha abituato a stupire. Dall’idea nata nel 1971 con un primo negozio a Seattle, dove si trova la sede, poi sviluppata in modo esponenziale da Howard Schultz (attuale CEO) che, durante un suo viaggio a Milano, nel 1983 sviluppò il suo progetto di portare in America l’autenticità della caffetteria italiana … (!) ora la società conta 160.000 dipendenti, un fatturato (2013) di quasi 15 miliardi $ e più di 23.000 negozi in tutto il mondo. Dei quali nessuno in Italia, anche se da anni si vocifera dell’apertura nella patria dell’espresso e la società stessa lo ha annunciato entro il 2014 (ma la notizia sembra del tutto incerta, se volete approfondire leggete su Milano Post la discussione al riguardo). Tralasciando la qualità e il prezzo del caffè o meglio, delle bevande a base di caffè erogate nei caratteristici ritrovi con il simbolo della sirena a due code – a proposito, il nome Starbuck appartiene ad un personaggio di Moby Dick – ciò che sorprende è in primis il successo del ‘business model’ dell’azienda di Seattle. Non c’è scuola di business che non abbia studiato il ‘caso Starbucks’ almeno una vola. ‘Our mission: to inspire and nurture the human spirit – one person, one cup and one neighborhood at a time‘ recita la mission aziendale, declinata attraverso il rapporto con i partner, i clienti, i negozi, la/le comunità e gli azionisti, il tutto con al centro … il caffè. Il business model è presto detto: come vi sentite quando entrate in un negozio Starbucks? Ecco, è quello. Starbucks non è un bar, è come casa vostra, anzi è casa vostra. Poltrona, divano, giornali, wi-fi gratuito, potete stare due ore seduti e poi uscire senza aver consumato un grammo di caffè. Starbucks non vende caffè, macchiato o ‘frappuccino’, vende il calore di un guscio confortevole, mentre le relazioni di una comunità si intrecciano intorno a Voi. Insomma, emozioni.

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La nuova idea di dotare di caricabatterie (wireless) 7.500 punti Starbucks (vedi a seguire l’articolo integrale di Linkiesta del 16.06.2014, ‘Della superiorità di Starbucks‘) è semplicemente strepitosa. Che impatto economico (negativo) volete che abbia, di fronte ad un nuovo richiamo irresistibile per i consumatori? (‘Scusa, andiamo un attimo in uno Starbucks che ricarico l’i-Phone‘). Ma l’altra notizia bomba è l’accordo con la Arizona State University per consentire a molti dei lavoratori della catena di proseguire gli studi universitari e laurearsi, gratis e senza per forza rimanere a lavorare nella società. Notizie da stropicciarsi gli occhi per l’incredulità.

Anche sul fronte della riduzione dell’impatto ambientale Starbucks è una capofila. Building Greener Stores è il programma per rendere sostenibili i negozi Starbucks. ‘Starbucks leads the retail sector when it comes to LEED certification around the world‘ dichiara Mahesh Ramanujam, COO, U.S. Green Building Council. Difatti tutti i nuovi negozi vengono ora realizzati per essere certificati LEED (Starbucks ha collaborato con USGBC allo sviluppo del protocollo di sostenibilità per i ‘Retail’), mentre la quota era del 65% per quelli realizzati  nel 2013. Scott Adams, titolare di Sustainable Integration, mi ha raccontato della sua attività di project manager del team High Performance Building di Starbucks e di come ha sviluppato il cosiddetto LEED Volume program (che consente alle società che hanno molti punti vendita, simili come struttura e design, di snellire le procedure di certificazione) portando alla certificazione circa 360 (!) negozi in 18 paesi in giro per il mondo. Insomma, Starbucks è un passo avanti.

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Ecco l’articolo integrale di Cristiano Bosco su Linkiesta, che potete leggere anche qui.

Della superiorità di Starbucks, che carica i cellulari ai clienti e paga gli studi ai dipendenti

Out of this world. Fuori da questo mondo. Nel senso che no, non può essere vero: Starbucks non può essere un’entità reale. Non può appartenere a questo pianeta. D’accordo, chi scrive è dichiaratamente di parte – e il nome di questo blog, Vanilla Latte, è piuttosto eloquente – ma qui si tratta di un doppio colpo che renderebbe di parte chiunque, un uno-due di jab portanti capace di stendere persino i più scettici, convertire gli infedeli, e convincere tutti i negazionisti del credo di Howard Schultz ad andarsi a bere un Frappuccino in tempo zero.

Ancora dovevamo riprenderci dalla notizia, diffusa una manciata di giorni or sono, relativa all’ installazione, nei prossimi tre anni, di più di 100 mila caricatori wireless per cellulari in 7500 caffetterie Starbucks sparse per il territorio nord americano (circa 12 per store, dunque), che permetteranno a tutti i clienti della compagnia di ricaricare le batterie dei propri smartphone, gratuitamente, senza cavi, magari il tutto mentre si sorseggia un buon Caramel Macchiato. Un’innovazione straordinaria, in materia di in-store technology e di servizi offerti alla clientela, specialmente quel genere di clientela – e sono la maggior parte, sottoscritto compreso – che vive con l’ossessione della percentuale di batteria calante non appena si esce dalle mura di casa.

India’s Starbucks chain (Image: Victoria Tozzi, The Harbinger)

Come se tale news non fosse abbastanza per far nascere nuovi fedeli della chiesa di Starbucks, ecco che, a pochi giorni di distanza, arriva il secondo colpo, già battuto dalle agenzie di stampa di tutto il globo: l’azienda con sede a Seattle pagherà gli studi a migliaia di suoi dipendenti. Ebbene sì, Starbucks ha annunciato di aver stretto un accordo con la Arizona State University per consentire a molti dei 135 mila lavoratori della catena di caffetterie di proseguire gli studi universitari e laurearsi. A costo zero, senza prevedere rimborsi e, soprattutto, senza essere obbligati a restare a lavorare per la compagnia.

L’iniziativa si chiama Starbucks College Achievement Plan, e partirà il prossimo autunno [Our partners take care of you. We’re taking care of them, è il motto]: gli impiegati che lavorano almeno 20 ore a settimana, saranno rimborsati dal primo all’ultimo dollaro investito se si iscriveranno nel programma di corsi della ASU come junior (studenti al terzo anno di college) o senior (al quarto e ultimo anno). Tutti gli altri potranno accedere a borse di studio del valore di 6.500 dollari, se si iscrivono come freshman (studenti al primo anno) o sophomore (secondo anno). Oltre a tutto ciò, consulenti dell’ateneo saranno disponibili per indirizzare i dipendenti/studenti nella scelta delle migliori soluzioni per la carriera accademica.

Un esperimento senza precedenti, per un’azienda che, a differenza di altri grandi nomi, già in passato si è distinta per benefit e trattamenti di favore nei riguardi dei propri dipendenti, a cominciare dal rendere disponibile l’assistenza sanitaria per tutti i lavoratori. “Starbucks ha deciso che il capitale umano è una delle cose più importanti in cui possono investire. Tutti sono preoccupati su come terminare il college”, ha affermato Michael Crow, Presidente della Arizona State University.

Tale mossa potrà rendere la società ancora più appetibile per i giovani in cerca di lavoro, per gli studenti che vogliono trovare occupazione per mantenersi agli studi, per i lavoratori che vogliono proseguire la carriera universitaria interrotta, nonché per far crescere il livello di istruzione medio dei dipendenti della catena. Oltre, naturalmente, a fare nuovamente breccia agli occhi dell’opinione pubblica americana, consolidando l’immagine di una multinazionale di successo, che offre prodotti di ottima qualità, comfort e servizi senza eguali ai propri clienti, e tratta bene i suoi dipendenti. Insomma, qualcosa di vicino al surreale. Che, se non esistesse davvero, sarebbe quasi fuori da questo mondo. E per il momento – quello senza dubbio – fuori dal suolo italiano [Cristiano Bosco – Linkiesta, 16.06.2014].

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