Biofilia, per tutti.

Biofilia, per tutti.

“La natura in casa ci fa bene. Il legame con la natura alla base del nostro benessere indoor”. Il webinar della serie Klimahouse Connects di Fiera Bolzano è passato ma è possibile rivederlo qui. Con più di duecentocinquanta partecipanti on line, Giuseppe Barbiero, Rita Trombin ed io abbiamo cercato di raccontare le diverse declinazioni della biofilia, tra biologia, psicologia, architettura, ingegneria. E perché la connessione con la natura, grazie ad una predisposizione innata, va recuperata al più presto, per la salute nostra e dell’ambiente in cui viviamo.

Prendo spunto dalle domande puntuali di Maria Chiara Voci e Andrea Dell’Orto, che hanno moderato l’evento, per alcune osservazioni.

L’ipotesi biofilica c’è ed è forte. Manca una teoria, ma le evidenze empiriche ci dicono che un approccio biofilico alla vita e all’architettura sono in grado di offrire una migliore qualità di vita alle persone. Che cosa serve, allora, perché questi principi si diffondano e diventino tema condiviso e diffuso? Come si combina la biofilia con la bioarchitettura e perché quest’ultima, come movimento culturale, ha potuto smuovere poche coscienze fino ad ora?

La biofilia non è solo una scelta, ma è proprio una necessità, per i seguenti motivi. La crisi climatica è reale, enorme, forse inarrestabile. L’ambiente costruito (cioè noi, cioè come abbiamo progettato costruito e gestito gli edifici sin qui) ne è largamente responsabile. Speravamo di recuperare parte del danno, con i green buildings, ma il risultato è al momento quasi invisibile.

Quindi, dobbiamo cambiare marcia, di più, dobbiamo cambiare paradigma, e realizzare edifici che non si accontentino di fare “meno male” ma che facciano “più bene” ovvero che abbiamo un bilancio sull’ambiente almeno nullo o positivo, lasciando finalmente la civiltà delle fonti fossili. Per questo Living Building Challenge (LBC) è la via per passare da una sostenibilità neutra (il punto zero del diagramma qui sotto, al quale tra l’altro non siamo ancora arrivati a regime) ad una rigenerativa.

Dove sta la biofilia in LBC? Dovunque, a partire dal titolo. Quando parliamo di “Living Building” o “edifici viventi” pensiamo ad edifici che si comportino in modo funzionale, armonioso, adattivo, non inquinante, integrato e esattamente come fa un fiore o un albero. LBC è in primis una filosofia, è uno strumento di tutela ambientale, è poi anche una certificazione. Tra l’altro, l’unica basata su dati e prestazioni reali. Non è utopia, è fattibile (con 700 progetti registrati possiamo dirlo), non è facile (è una “challenge” – sfida – che mette a confronti architetti e ingegneri), è estremamente motivante.

Bioarchitettura e biofilia possono essere davvero sovrapposte. La biofilia secondo LBC è la chiave per rendere la bioarchitettura davvero olistica ed efficace. Olistica ed efficace, perché possiamo avere un approccio olistico, mettendo nel progetto un po’ di efficienza energetica, un po’ di risparmio d’acqua, un po’ di gestione ciclica dei rifiuti, delle materie prime, ecc. ma non stiamo ancora affrontando il problema in maniera seria ed efficace.

Attraverso la biofilia e gli esempi di LBC, abbiamo dimostrato che potremmo davvero rallentare la corsa rapida verso la catastrofe. Ogni edificio LBC consente da solo di evitare le emissioni di CO2 equivalenti a togliere dalla strada 1000 auto all’anno. Quindi, sì, si può fare, ci sono le tecnologie, abbiamo la conoscenza tecnica progettuale, possiamo realizzare edifici rigenerativi che facciano a meno di petrolio, plastica, inquinanti, ecc. e che siano belli.

Questo aspetto della bellezza legato alla biofilia è abbastanza rivoluzionario. Possiamo disquisire ore sui progetti di certe archistar che alle volte sembrano dei meri esercizi di autoreferenzialità. Però ad esempio, la casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright [Fallingwater house – Mill Run, Pennsylvania (1936–1939)] – “Buildings should seem to grow from the earth and belong as a tree belongs” – piace in genere a tutti. O la luce del sole che entra in uno degli edifici di Alvar Aalto al campus universitario di Helsinki [Otaniemi, 1950]. Cosa hanno in comune? Mettono in connessione l’uomo con la natura, in modo armonioso.

Perché questi principi non si sono ancora diffusi, diciamo come cultura di massa o comunque su larga scala e siamo qui parlare di un numero ancora limitato di esempi? Intanto bisogna cominciare a fare qualche distinguo. Sull’Italia possiamo fare un discorso a parte fra un attimo. In realtà la biofilia – che, come abbiamo discusso durante l’incontro, non è assolutamente nulla di nuovo – è ormai più di un trend forte.

C’è un network di Biophilic cities (nessuna al momento in Italia), da San Francisco a Barcelona a Singapore a Wellington. Ci sono i casi studio degli edifici certificati sul nostro sito che raccontano come la biofilia è stata applicata. Abbiamo anche pubblicato una mappa “open source” degli edifici biofilici nel mondo. Ci sono addirittura società di consulenza che lavorano esclusivamente sulla biofilia, come Terrapin Bright Green, per non parlare dei vari progettisti – anche in Italia – tra tutti, un esempio di edificio stracitato a Milano. Nel nostro caso ad esempio stiamo ricevendo moltissime manifestazioni di interesse dal Regno Unito, sia società di progettazione che vogliono applicare la biofilia nei loro progetti, sia studenti universitari.

Perché la biofilia e a questo punto la bioarchitettura e più in genere la sostenibilità non si diffondono velocemente? Perché è necessario un cambiamento di paradigma, è necessario (per i progettisti, per le aziende, per i committenti) uscire dalla cosiddetta “zona di comfort”, abbandonare il “business as usual”. Ed è difficile, perché vuol dire mettere in discussione come abbiamo lavorato fino a ieri, quello che abbiamo studiato, vuol dire cambiare i processi produttivi, vuol dire cambiare i corsi universitari. Vuol dire rivedere criticamente l’attuale modello economico, che tipicamente è – vendimi l’isolante che costa meno, la piastrella che costa meno, ecc. – E specialmente per un paese poco propenso al cambiamento come il nostro, l’inerzia è enorme e gli alibi sono tanti.

È un processo che comporta che l’architetto (ma anche il committente, ma qui il discorso diventa troppo lungo) cambi la visione del proprio lavoro. Perché sono sicuro che se agli architetti diciamo “Voi non siete più architetti o solo architetti – Voi siete agenti del cambiamento, siete coloro che hanno la responsabilità professionale ed etica di risolvere i danni del passato con edifici adatti per il futuro” molti di loro comincerebbero a guardare il foglio bianco non pensando subito alle linee, alle forme, allo stile, ma piuttosto al sole, all’acqua, a come è possibile ripristinare l’ecosistema del quale l’edificio è parte integrante, e così via. E’ un cambiamento che riguarda tutti e immagino che per quelli che si sono appena affacciati al mondo dei green building dire – Guarda che anche quelli non bastano più, la tua progettazione deve essere più coraggiosa e vedere lontano – sia ulteriormente sfidante. Mi rendo conto che è come chiedere al mercato un doppio salto carpiato, prima dagli edifici tradizionali ai “green buildings” e ora dai green buildings ai living buildings.

Le sole competenze tecniche purtroppo non sono più sufficienti, serve una capacità di immaginazione per un futuro diverso, da trasformare in azione concreta ed efficace, come ci descrive Rob Hopkins nel suo ultimo libro “From What Is to What If: Unleashing the Power of Imagination to Create the Future We Want“. Sull’adozione di LBC ad esempio le difficoltà maggiori non sono tecniche o tecnologiche o economiche, tutt’altro. Le barriere sono spesso nei regolamenti, che non seguono prontamente lo stato dell’arte.

Sull’inerzia in Italia, in generale, detto che noi siamo forse più lenti di altri paesi in Europa nell’adozione di un futuro diverso, vale quasi sempre la curva dell’innovazione di Everett Rogers ovvero c’è un 2.5% di innovatori, poi arrivano gli “early adopters” (13.5%) e poi arrivano gli altri. Il problema è che adesso non possiamo più decidere se seguire questi approcci innovativi oppure no; se non lo facciamo (o decidiamo di non decidere e farci condizionare dagli altri) perpetriamo il danno nell’accrescere il riscaldamento globale.

È la situazione in cui uno si rifiuta di vedere; per la crisi climatica vale il paradosso della rana bollita. Ci stiamo abituando a vivere nella pentola di acqua sempre più calda, senza provare né a uscire né a spegnere il fornello. Per contro, la pandemia ci ha immerso di colpo nell’acqua bollente e abbiamo reagito prontamente. E abbiamo anche visto qual è l’effetto climatico del nostro stile di vita sulle città. C’è un bell’articolo uscito su Fast Company durante il lockdown “What would happen if the world reacted to climate change like it’s reacting to the coronavirus?” (Cosa accadrebbe se il mondo reagisse ai cambiamenti climatici come sta reagendo al coronavirus?). Speriamo di avere imparato qualcosa.

Klimahouse Connects. La natura in casa ci fa bene (07.07.2020)

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