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Non può finire così.

Elogio della rimonta.

Se la partita tra Barcelona e Paris Saint-Germain di mercoledì scorso è già diventata uno spartiacque nella storia del calcio, e dello sport in generale, lo è perché nessun allenatore, nessun giocatore, nessun tifoso ora penserà più alle 185 volte in cui il tentativo di rimonta di una squadra di calcio sotto 4-0 nella gara d’andata in una competizione europea è miseramente fallito. No – penserà – loro ce l’hanno fatta, quindi è possibile. Un taglio così netto nella storia, un bivio dove nulla sarà più come prima, come lo racconta bene Marco Imarisio nell’articolo del Corriere della Sera del 10.03.2017, che potete leggere qui.

E’ l’epica di una rimonta (la “remuntada”) e di un sacrificio, quello della squadra della capitale francese, atterrata a Barcelona per difendere un tranquillo vantaggio di quattro goal, dove ogni personaggio ha un ruolo ben definito: il giovane eroe che diventa adulto e prende per mano la squadra (Neymar) in un virtuale passaggio di consegne dal fratello maggiore (Messi, 30 anni e cinque di più del talento brasiliano), la vittima sacrificale (l’allenatore basco del Paris St. Germain, Unai Emery Etxegoien, peraltro brillante vincitore di tre Europa League consecutive con il Siviglia), l’uomo baciato dal destino (Sergi Roberto), il difensore catalano che al 50’ si allunga per trasferire alle spalle di Kevin Trapp – altro personaggio omerico – l’assist col “contagiri” di Neymar, l’infido Luis Suárez, pronto a pugnalarti alle spalle, il cascatore che propizia il rigore al 46’, l’incredulo allenatore del Barça (il già plurivittorioso, come giocatore e come coach, Luis Enrique). Ogni sguardo, ogni espressione, è funzionale alla storia e contiene già il suo esito, in un progredire dove anche il tempo sembra assumere una dimensione dilatata. A tre minuti (è l’87simo) dal termine del tempo regolamentare, lontani tre goal (un quantitativo impossibile) dalla vittoria, prima di quella punizione incernierata nel sette della porta francese, è solo nello sguardo di Neymar che cogliamo un destino già scritto. Neymar (43′), ancora Neymar (46′, su rigore – l’arbitro sembra pensare “Lo fischio. Tanto, anche se lo segnano, vuoi che facciano anche il sesto??”), Sergi Roberto (50′). Barcelona, Més que un Club.

La smorfia di Unai Emery tradisce un’ansia ingiustificata. Gli avversari devono recuperare tre goal in tre minuti più recupero. Impensabile, basterebbe recuperare la palla e trattenerla per far scorrere il tempo.

A tre minuti dalla fine, Gerard Piqué è stanco. Non immagina gli 8 minuti che lo aspettano.

Il volto di Kevin Trapp denota una stanchezza da tensione, che è 20% fisica e 80% mentale. Dispone la barriera dove è sicuro che Neymar non passerà. Osserverà la traiettoria insieme a tutto lo stadio.

Neymar. Il fanciullo è diventato adulto. Ha preso in mano la squadra procurandosi la punizione. In pochi minuti saranno un goal su punizione, uno su rigore e un assist per la rete della vittoria. Focalizzato.

Lo sguardo di Luis Enrique dopo il 4° goal del Barca. L’allenatore approva l’impegno della squadra ma non sembra chiedere al destino più di questo.

Luis Suárez, un cascatore insuperabile. La pugnalata dell’uruguaiano arriva puntuale quando serve.

Lo sguardo grave di Lionel Messi, a 1′ dalla fine. La barba dell’argentino pare un indice della raggiunta maturità calcistica.

L’allungo di Sergi Roberto per il 6-1, a 21 secondi dalla fine. Lo stadio attende un millesimo di secondo, poi l’esplosione verrà registrata anche dai sismografi.

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La rimonta è quando vedi la morte e recuperi la vita” [Sir Alex Ferguson]. Perché non dobbiamo smettere di crederci.